
QUANDO UN PATRIMONIO DIMENTICATO RINUNCIA ANCHE AL PROPRIO FUTURO
Il primo via libera all’IGP per il merletto di Burano riaccende i riflettori sul destino di un’altra storica eccellenza italiana. Tra Sannio e Irpinia il tombolo sopravvive grazie alle ultime artigiane, ma potrebbe ancora diventare una risorsa per l’economia, la moda e lo sviluppo dei territori. Non basta custodire la memoria di un’antica tradizione: occorre trasformarla in futuro. Il merletto a tombolo del Sannio e dell’Irpinia racconta una delle grandi contraddizioni italiane, dove il patrimonio culturale fatica ancora a diventare occasione di crescita, lavoro e innovazione.
Achille Mottola
Ci sono notizie che sembrano riguardare un’isola della laguna veneta e finiscono invece per interrogare un intero Paese. Il primo via libera accordato nei giorni scorsi dal Ministero delle Imprese e del Made in Italy all’Indicazione Geografica Protetta per il merletto di Burano non è soltanto il riconoscimento di un’eccellenza artigianale. È il segnale che un sapere antico può ancora trovare cittadinanza nell’economia contemporanea, trasformando la tutela dell’identità in valore competitivo. L’IGP consentirà di distinguere il vero merletto eseguito a mano dalle imitazioni industriali e dalle produzioni prive di qualsiasi legame con quella tradizione, difendendo insieme autenticità, reputazione e mercato.
È difficile non volgere lo sguardo alle colline che dividono il Sannio dall’Irpinia, dove un’altra grande scuola del merletto continua lentamente a consumarsi nell’indifferenza. Perché se Burano ha saputo trasformare la memoria in prospettiva, il tombolo di San Nazzaro, Montefusco e Santa Paolina resta ancora un patrimonio affidato quasi esclusivamente alla buona volontà delle ultime artigiane.
La questione va ben oltre la sorte di un’antica tecnica di ricamo. Riguarda il modo in cui l’Italia guarda ai propri patrimoni culturali. Troppo spesso li celebra come testimonianze del passato, raramente li considera strumenti di sviluppo. Eppure proprio nell’epoca della produzione seriale il mercato globale premia ciò che non può essere replicato: il lavoro manuale, l’unicità, la storia incorporata negli oggetti, il legame con un territorio.
Per decenni il tombolo rappresentò una delle più alte espressioni dell’artigianato artistico dell’Italia meridionale. A Montefusco le sorelle Castagnetti seppero costruire una realtà imprenditoriale quando ancora il lavoro femminile difficilmente usciva dalla dimensione domestica. I loro manufatti raggiungevano dimore aristocratiche e corredi nuziali in gran parte della penisola, dimostrando che il pregio artigianale poteva diventare anche economia.
A San Nazzaro, per estensione (2kmquadrati) il più piccolo comune della Campania, le “pizzillare” costituivano una vera comunità del sapere. Agnese Ciriello, donna Gherarda Casazza, Carolina Manganiello (‘a Canonica), Gerarda Iannace, Angelina Di Dio, Flora Pepe, Maria Grazia Nuzzolo, Annita Blaso, Carmela Mirra, Raffeluccia Serino, Maria Luigia Fonzo, Eleonora Serino, Maria Matticoli, Ersilia Pepe, Filomena Argenio, Immacolata Colarusso e Vincenza Spagnuolo appartengono oggi alla memoria collettiva di un paese che affidava alle donne non soltanto un mestiere, ma la custodia di un’identità. I loro merletti continuano a ornare altari e paramenti sacri; più difficile è conservare il patrimonio invisibile di gesti, tecniche e conoscenze tramandato di madre in figlia.
È questo l’aspetto più fragile del tombolo. Ogni manufatto racchiude un sapere che non si apprende soltanto sui libri. Richiede esperienza, lentezza, precisione. Richiede tempo, il bene più scarso della contemporaneità. I sottilissimi fuselli di legno, i “tommarielli”, il caratteristico cuscino cilindrico, gli antichi cartoni e i disegni ottocenteschi custoditi ancora in molti bauli raccontano una scuola artigianale con caratteristiche proprie, diverse da quelle di altre realtà italiane ed europee. Sono elementi distintivi che oggi rappresenterebbero un punto di forza sul mercato, non un limite.
Il declino non è stato determinato soltanto dall’abbandono dei corredi nuziali o dalla riduzione delle committenze ecclesiastiche. È nato soprattutto dall’incapacità di accompagnare questa tradizione dentro il nuovo mercato dell’artigianato di qualità.
Un episodio resta emblematico. Una decina d’anni fa una prestigiosa maison italiana cercava applicazioni in tombolo per una propria linea di jeans. L’interesse c’era, così come la qualità del prodotto. Mancava però una rete capace di garantire quantità, tempi di consegna e continuità produttiva. La commessa prese la strada della Slovenia. Non fu una sconfitta dell’artigianato sannita, ma dell’organizzazione.
Qui si misura la distanza tra tutela e sviluppo. Negli anni non sono mancati tentativi di rilancio, come il corso di formazione promosso dall’Azienda Speciale Valisannio grazie alla lungimiranza dell’allora Camera di Commercio di Benevento presieduta da Roberto Costanzo. Esperienze importanti, rimaste tuttavia episodiche. Oggi le artigiane ancora attive a San Nazzaro non arrivano a dieci. Una tradizione sopravvive, ma una filiera economica non esiste più.
Eppure le condizioni per invertire la rotta non sono venute meno. Anzi. Il mercato del lusso, dell’interior design, dell’alta moda e delle produzioni personalizzate ricerca sempre più spesso lavorazioni certificate e fortemente identitarie. Il “fatto a mano” non è più soltanto una categoria estetica; è un valore economico. La provenienza, la tracciabilità, l’autenticità sono diventate parte integrante del prodotto.
Per questo il riconoscimento ottenuto da Burano dovrebbe essere letto come un precedente, non come un’eccezione. Anche il tombolo del Sannio e dell’Irpinia possiede una storia, una specificità tecnica e una riconoscibilità tali da giustificare un percorso di tutela fondato su un disciplinare di produzione, un marchio territoriale condiviso e un sistema di certificazione capace di proteggerlo dalle imitazioni. Ma nessun marchio, da solo, può sostituire una visione. Servono cooperative di produzione, reti tra artigiane, laboratori permanenti, collaborazione con scuole, accademie e istituti d’arte, dialogo con designer e imprese creative. In altre parole, occorre passare dalla conservazione alla progettazione.
Esiste poi un’altra urgenza, meno visibile ma forse ancora più importante. Nelle case di queste comunità sopravvive un patrimonio immenso di cartoni, canovacci e disegni originali, tramandati per generazioni e spesso ignorati perfino dai loro proprietari. È un archivio diffuso della creatività popolare, che meriterebbe di essere censito, digitalizzato e studiato prima che il tempo lo disperda definitivamente. Perdere quei modelli significherebbe cancellare il vocabolario artistico di un territorio.
Il destino del tombolo racconta, in fondo, una delle grandi contraddizioni italiane. Il Paese che possiede il più vasto patrimonio culturale del mondo continua spesso a considerare la tradizione come un costo da preservare, anziché come un capitale da investire. Eppure le economie più dinamiche sono proprio quelle che hanno saputo trasformare identità, cultura e saper fare in prodotti ad alto valore aggiunto.
La memoria, da sola, non crea futuro. Può farlo soltanto quando diventa progetto. Il filo che univa le antiche “pizzillare” alle nuove generazioni non si è spezzato perché mancassero talento o qualità. Si è logorato perché nessuno ha saputo intrecciare quel sapere con i linguaggi dell’economia contemporanea. È ancora possibile ricucire quello strappo. Ma il tempo, come il filo di un merletto, non è infinito. E ogni occasione perduta rende il disegno un po’ più difficile da ricomporre.









