
Vincenzo D’Anna
Una trasmissione radiofonica, e successivamente il suo format televisivo, riscosse notevole successo negli anni ’70 del secolo scorso, fino a diventare un cult per un’intera generazione. Condotta da Gianni Boncompagni e Renzo Arbore, si chiamava “Alto Gradimento” ed ebbe picchi di ascolto altissimi per quei tempi. La sceneggiatura del programma ironica ed irriverente, si avvaleva della collaborazione di alcuni artisti improvvisati che, con le loro gag esilaranti, interpretavano personaggi di fantasia comici e grotteschi che svolgevano anche un’intelligente critica alla mentalità ed ai costumi sociali di quell’epoca. Era da poco trascorso il “68”, con il suo carico di scontri politici e contestazioni che, partendo dalle università, diventarono di tipo generale allargandosi a tutto il “sistema”. Senza mai scadere nella partigianeria politica, nell’offesa personale, nella becera denigrazione e nella pretesa di ergersi a strumento di lotta oppure di emancipazione socio culturale, in quel programma si dileggiava con ironia il potere costituito, i costumi e la mentalità allora in auge. Ancora oggi, per i giovani di quel tempo, resta vivo il ricordo di Mario Marenco, architetto e designer di fama, che interpretava personaggi surreali come il generale Damigiani, un alto ufficiale svampito e confusionario, oppure il colonnello Buttiglione. Parimenti memorabile era l’attore comico Giorgio Bracardi che interpretava l’immaginario personaggio del nostalgico fascista, nelle vesti del “ Federale Catenacci”. In quel programma non mancava la critica al militarismo ed un opzione in favore del pacifismo. Erosi quelli i tempi della guerra fredda tra Usa e Urss, la rincorsa delle due super potenze a dotarsi di un arsenale atomico. Solo che quella critica, lungi dal essere apodittica, veniva condita di gusto e di garbo. Ricordando quei tempi sovviene in mente l’adagio popolare sulla realtà che supera di gran lungo la fantasia, ossia che le trame raccontate negli spettacoli, anche quelli più surreali, traggono perlopiù origine da esempi e situazioni della della concreta realtà, ed appare veramente difficile non accostare a quei personaggi piuttosto grotteschi le recenti uscite di un ex generale come Roberto Vannacci che, nell’enfasi di celebrare la costituzione del suo nuovo partito si è avventurato in dichiarazioni che surreali abbastanza contigue al comico, condite di populismo a buon mercato. Espressioni forse figlie di in oratoria esacerbata, dalla volontà di volersi distinguere dalla restante parte dello schieramento politico di centrodestra ed antagonista in modo viscerale della sinistra. Più che un discorso programmatico, quello di Vannacci è sembrata una via di mezzo tra gli sproloqui del colonnello Buttiglione e le intemerate del federale Catenacci!! Un parlare alla pancia dei presenti contanti di stivaloni e l’orbace del condottiero. Tuttavia dall’enunciato generalizio che più che un acerrimo avversario della sinistra l’ex alto ufficiale pare destinato a trasformarsi in un alleato della stessa. Innanzitutto perché le posizioni politico- programmatiche esposte hanno già dato fiato e vigore alle trombe degli oppositori di Giorgia Meloni, che lanciano anatemi su di una destra eversiva ed irresponsabile, facendo di tutta l’erba un fascio. Inoltre con quella piattaforma programmatica ed assertiva sarà ben difficile che Vannacci possa trovare una sintesi programmatica ed elettorale con la coalizione di centrodestra, determinando, in tal modo, la vittoria del centrosinistra pronto a beneficiare della divisione del fronte avversario. Insomma: una manna caduta dal cielo per la trimurti Schlein-Conte-Fratoianni. Ma in buona sostanza, cosa ha detto Vannacci? Semplice: ha invitato le donne a stare a casa per accudire figli e famiglia lasciando il posto di lavoro agli uomini disoccupati. Ha ritenuto il reato di femminicidio (e le correlate aggravanti di pena) una discriminazione verso il genere maschile. Ha ribadito il mantra del “pacifismo equidistante” tra Russia ed Ucraina, dimenticando chi sia l’aggressore e chi l’aggredito. Ha insistito sulla lotta all’immigrazione clandestina e sul rimpatrio dei medesimi come se questi provenissero da paesi ove poterli riconsegnare senza difficoltà, alla stregua di un banale cambio di residenza!! Ma oltre a quello detto, che ha i toni dell’oscurantismo culturale e del qualunquismo progettuale, ancor più grave è quello che Vannacci ha taciuto, ossia uno straccio di programma politico degno di quel nome. Il generale non ha infatti citato un modello socio-economico, niente che riguardi le riforme di sistema necessarie al Belpaese, un inasprimento dei giudizi per una scuola più selettiva senza indicare il come. Ed ancora: il vuoto pneumatico sul ruolo e la funzione dello Stato ed i rapporti di quest’ultimo con il mercato. Men che meno ha profferito parola sulle libertà economiche ed individuali, sulla riduzione dei monopoli statali, sul contenimento del debito pubblico, sulla riforma fiscale e su quella elettorale, nel più vasto contesto della crisi dei partiti trasformatisi in ditte personalizzate, come il suo medesimo. Niente su quella ormai cronica (e conflittuale) controversia tra politica e magistratura. Insomma nulla che possa identificare Vannacci come leader o comprimario di una proposta di governo della nazione nell’ambito del Centro Destra. In soldoni, occorre chiederci : a cosa sia servito la costituzione di una altra ditta personalizzata, quale l’utilità fattuale per opporsi alla Sinistra, se il suo esatto contrario si indebolire elettoralmente la Destra. Insomma nel suo “intervento” congressuale non si rintracciano né novità programmatiche fattibili né utilità politica strategica. A ben vedere l’impressione che se n’è ricavata è il ricordo dei personaggi irreali strampalati di Alto Gradimento.
*già parlamentare






