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Il Rosario nella polvere: la missione di Suor Floriana Tirelli

Suor Floriana Tirelli morì il 7 ottobre 2000 lungo una strada polverosa dello Zambia. Aveva dedicato quasi trent’anni della sua vita ai poveri e agli ammalati di Solwezi. Infermeria, scuola, dispensario e case furono gli strumenti concreti della sua missione. Minuta nel fisico, possedeva una forza straordinaria, capace di trasformare la fede in opere. Nel 1983 il presidente Kenneth Kaunda le conferì un’importante onorificenza nazionale. Fu uccisa durante una rapina mentre trasportava malati con la sua vecchia jeep. La sua memoria continua ancora oggi a parlare di carità e coraggio.

Achille Mottola

Suor Floriana Tirelli giaceva a terra sulla strada polverosa di Solwezi, in Zambia, mentre la vecchia jeep con cui trasportava i malati si allontanava lentamente, inghiottita dalla polvere. Era il 7 ottobre del 2000. Gli uomini che l’avevano aggredita fuggivano con il loro bottino, ignari di ciò che lasciavano alle loro spalle: dall’autoradio ancora accesa continuava a levarsi la preghiera del Rosario. Le Ave Maria proseguivano nel silenzio della violenza, come se la preghiera non volesse arrendersi alla morte.

Le testimonianze raccolte in Zambia concordano su questo particolare, rimasto intatto nel tempo e divenuto uno dei simboli più toccanti della vicenda di Suor Floriana Tirelli. La sua morte è una delle pagine più intense della storia missionaria italiana: una vita spesa interamente per gli altri, spezzata mentre era ancora al servizio dei più fragili.

Il 7 ottobre ricorre l’anniversario della sua morte. Al secolo Lucia, Floriana Tirelli era nata a Calvi, nel Sannio, il 25 marzo 1950, in località Fontana Orlando, nella piana del Cubante, in una laboriosa famiglia di contadini. Il padre Nicola e la madre Rosina Giulietta Soricelli immaginavano per lei un futuro semplice, secondo le consuetudini del tempo: un matrimonio, una famiglia, una vita radicata nella propria terra.

Ma dopo il diploma Lucia confidò al fratello Ilio e ai genitori un desiderio diverso: consacrarsi a Dio e partire missionaria. Entrò così nella Congregazione delle Suore di San Giovanni Battista, fondata da Sant’Alfonso Maria Fusco, e il 28 giugno 1972 partì per l’Africa.

A Solwezi avrebbe trascorso quasi trent’anni, contribuendo letteralmente a costruire un mondo dove prima c’era quasi nulla. La sua missione non si limitava all’annuncio del Vangelo. Fu infermiera accanto ai malati, maestra nelle aule che contribuì a edificare, presenza instancabile accanto ai poveri. La sua opera prendeva forma concreta in scuole, case, dispensari, cure mediche e alfabetizzazione: una speranza costruita giorno dopo giorno, mattone dopo mattone.

La sua figura sfugge a ogni immagine convenzionale della religiosa missionaria. Minuta di statura, Suor Floriana possedeva un’energia fisica e morale straordinaria. Chi l’ha conosciuta la ricorda mentre caricava sulle spalle pesanti sacchi di cemento e li portava fin sulle impalcature, quando c’era da costruire una casa, una scuola o un dispensario per la sua gente.

Schietta nel parlare, lungimirante nelle decisioni e umile nel cuore, seppe tradurre il Vangelo in gesti concreti: mattoni, medicine, libri, cure e istruzione. Riservò una particolare tenerezza ai bambini e ai lebbrosi, gli ultimi tra gli ultimi, che ancora oggi rappresentano una delle eredità più vive della sua missione.

Il riconoscimento delle istituzioni zambiane arrivò quando era ancora in vita. Nel 1983 il presidente dello Zambia, Kenneth Kaunda, le conferì la Medaglia dell’Ordine per Distinti Servizi resi alla Nazione, con la motivazione: «Per la promozione umana della donna zambiana». Un riconoscimento che testimonia quanto il suo impegno fosse andato oltre i confini della comunità religiosa, diventando un servizio riconosciuto all’intera società.

Suor Floriana incarnava così una forma di missione silenziosa e concreta, quella di tante religiose italiane che per decenni hanno lasciato la propria terra per mettersi al servizio di popolazioni lontane. Non cercava protagonismo né ricompense: la sua ricchezza era nelle persone che riusciva ad aiutare, nei bambini che imparavano a leggere, nei malati che potevano essere curati, nelle comunità che lentamente imparavano a camminare con le proprie forze.

La sua morte fu legata proprio a quello strumento attraverso il quale aveva esercitato tanta parte della sua carità: la vecchia jeep con cui trasportava i malati. La rapina, compiuta per impossessarsi del veicolo, si trasformò in tragedia. A terra rimase una donna che aveva scelto di spendere la propria vita per gli altri; sulla jeep, allontanatasi nella polvere, continuò invece a risuonare la preghiera del Rosario.

È forse questa l’immagine che più di ogni altra custodisce il senso della sua vita: la violenza che si allontana con il suo bottino e, dall’autoradio, una preghiera che continua. Come se quelle Ave Maria non appartenessero più soltanto alla voce di Suor Floriana, ma alla memoria di una vita interamente donata.

A distanza di anni, il suo ricordo non appartiene soltanto al passato. Da Calvi a Solwezi, la sua storia continua a parlare di una fede capace di diventare servizio, di una donna minuta nel fisico ma immensa nella determinazione, di una missionaria che seppe trasformare la propria vocazione in opere concrete.

La violenza poté portarle via la vita e la jeep, ma non ciò che aveva costruito. Restano le persone curate, i bambini istruiti, le comunità accompagnate e quella testimonianza di amore che nessuna rapina può portare via. E resta, soprattutto, il Rosario che non smise di pregare.