
di Vincenzo D’Anna*
Gioverà ricordare, come introduzione, chi sia il mugnaio di Sans-Souci e perché la sua storia abbia attraversato i secoli, divenendo un monito nelle vicende giudiziarie che interessano l’umanità dolente che, suo malgrado, incappa negli affari della (mala) giustizia. È infatti famosa la frase che il mugnaio Arnold avrebbe pronunciato quando si vide dare torto in una controversia: “Ci sarà pure un giudice a Berlino!”. La tradizione vuole che Arnold avesse opposto questa risposta a Federico II il Grande, re di Prussia, che voleva acquisire il suo mulino per ampliare il parco della reggia di Potsdam. La vicenda è divenuta nei secoli il simbolo della fiducia nella giustizia quale argine all’arbitrio del potere. Quella frase contiene in sé il sacro rispetto che gli uomini civili portano alla giustizia e che dovrebbe accompagnarsi alla fiducia verso i magistrati che l’amministrano. Tuttavia, da allora a oggi, non sempre le due cose sono andate di pari passo: il rispetto per lo Stato di diritto e la fiducia verso coloro che quel diritto applicano indossando la toga. E poiché nello Stato di diritto la legge costituisce il riferimento fondamentale della convivenza civile, quando essa viene malamente applicata, oltre al danno soggettivo arrecato all’incolpato si determina una violazione del principio di giustizia e un turbamento della morale collettiva. In parole povere, non sempre ciò che è lecito è anche morale; e se la legge viene utilizzata sulla base di un pregiudizio o per finalità che con la giustizia non hanno nulla a che vedere, è lecito contestarne l’uso e contestare chi l’abbia malamente applicata. Quindi non siamo contro la giustizia né contro i magistrati: siamo contro l’uso di fattispecie che, a nostro avviso, lasciano margini di discrezionalità tali da produrre applicazioni differenti da caso a caso. È il caso del cosiddetto concorso esterno in associazione mafiosa, fattispecie ricavata dalla giurisprudenza attraverso il combinato disposto degli articoli 110 e 416-bis del codice penale. Una costruzione che, secondo i suoi critici, non avrebbe confini sufficientemente nitidi e che finirebbe per affidare al giudice un’ampia discrezionalità nell’individuazione della condotta punibile. Capita allora che una persona, nei confronti della quale non siano state accertate condotte di partecipazione all’associazione mafiosa, possa essere condannata per avere fornito un contributo esterno alla stessa. E può accadere, invece, che un altro imputato, in condizioni processuali ritenute analoghe, venga assolto quando manchino fatti concreti e prove sufficienti circa un reciproco scambio di utilità o una effettiva agevolazione dell’organizzazione criminale. Questo è il calvario di Nicola Cosentino, già sottosegretario all’Economia e coordinatore di Forza Italia in Campania, attualmente detenuto nel carcere di Spoleto, dove sconta due condanne definitive: una a dieci anni per concorso esterno in associazione mafiosa e una a quattro anni per corruzione di un agente carcerario che gli procurava un medicinale non disponibile ed una penna per scrivere (sic!!). La Cassazione, proprio oggi, ha annullato senza rinvio l’ordinanza con cui la Corte d’Appello di Napoli aveva riconosciuto la continuazione tra i due reati, concedendo una riduzione della pena di un anno e due mesi. Nella vicenda giudiziaria che riguarda il concorso esterno, Cosentino è stato ritenuto responsabile di avere agevolato il clan dei Casalesi come dove
e quando non e’ dato sapere dopo tre processi. La sua difesa continua tuttavia a contestare la ricostruzione accusatoria e, in particolare, il peso attribuito alle dichiarazioni dell’unico collaboratore di giustizia rimasto della iniziale dozzina. Fuor di metafora, Cosentino fa ancora politicamente paura e, se assolto o rimesso in libertà, rappresenterebbe – secondo questa lettura – la prova vivente del fallimento dell’opera di certa magistratura inquirente. Cosentino in catene sarebbe peraltro gradito anche ai suoi avversari politici. Ed è proprio l’ipotesi che in libertà potrebbe riannodare le fila di un potere politico che collude con la malavita, il motivo addotto dalla Cassazione, incurante di tutto il resto. Insomma ancorché sia sempre mancato uno straccio di prova su quali siano stati i rapporti di concreta utilità intercorsi tra Cosentino e la malavita, resta il timore che questo possa ripetersi, ossia la ripetizione del nulla!! Cosentino in catene lascia tutti tranquilli magistrati che non hanno mai provato alcunché ed i politici gli furono avversari, evitando che ritorni con lui la stagione delle sconfitte elettorali di un avversario ritenuto ancora assai potente.
già parlamentare*






