
Nel bicentenario del Conservatorio di San Pietro a Majella, Luca Signorini e Paola Volpe propongono due rare pagine della scuola musicale sovietica. La Sonata op. 40 di Šostakovič e la Seconda Sonata op. 81 di Mjaskovskij delineano un affascinante arco storico ed estetico. Due opere diverse, ma accomunate da una profonda attenzione al dialogo cameristico fra violoncello e pianoforte.
La lettura dei due docenti napoletani restituisce il repertorio con rigore, misura e sensibilità, senza indulgere a facili effetti. Un progetto discografico di autentico valore culturale, che celebra la tradizione del Conservatorio attraverso la riscoperta e la conoscenza.
Napoli
Achille Mottola
Ci sono modi diversi di celebrare un anniversario. Si può indulgere nella memoria, affidarsi ai nomi canonici, oppure cercare, dentro la storia di un’istituzione, qualcosa che ne rappresenti ancora oggi la vocazione più autentica: lo studio, la ricerca, la trasmissione del sapere musicale. Nel bicentenario del Conservatorio di San Pietro a Majella, la scelta di Luca Signorini e Paola Volpe va precisamente in questa direzione. Il loro nuovo CD, Šostakovič – Mjaskovskij (Cello sonatas), pubblicato nel giugno 2026, accosta due opere sovietiche di rara frequentazione discografica, entrambe affidate al binomio violoncello-pianoforte.
È una scelta tutt’altro che ornamentale. Signorini e Volpe sono infatti docenti della storica istituzione napoletana e da anni condividono un’attività cameristica documentata anche nella programmazione del Conservatorio: nel 2023 erano insieme protagonisti di un programma intitolato La poesia del crepuscolo, e nel 2024 di Le forme dei sentimenti. Il nuovo progetto assume così il significato di un gesto propriamente istituzionale: non la celebrazione del passato attraverso un repertorio già consacrato, ma la riaffermazione della funzione del Conservatorio come luogo di conoscenza e di riscoperta.
Le note critiche di Paologiovanni Maione accompagnano un programma che ha anche il merito di stabilire un dialogo storico assai più sottile di quanto la semplice appartenenza geografica dei due compositori potrebbe suggerire. Da un lato Dmitrij Dmitrievič Šostakovič, con la Sonata in re minore op. 40 del 1934; dall’altro Nikolaj Jakovlevič Mjaskovskij, con la Seconda Sonata per violoncello e pianoforte op. 81, composta nel 1948-49. Quattordici anni separano le due opere: un intervallo breve sulla scala della storia, ma enorme rispetto alle trasformazioni estetiche, politiche e umane attraversate dalla musica sovietica.
Šostakovič: l’inquietudine prima della frattura. La Sonata op. 40 occupa un posto singolare nell’opera di Šostakovič. È del 1934, dunque immediatamente precedente alla violenta svolta determinata dalla condanna di Lady Macbeth of Mtsensk e alla conseguente stagione di autocensura e ambiguità creativa. La composizione fu dedicata al violoncellista Viktor Kubatskij, che ne fu il primo interprete insieme allo stesso Šostakovič, il 25 dicembre 1934. La fonte manoscritta e la storia editoriale dell’opera sono inoltre particolarmente interessanti: Šostakovič intervenne sulla partitura nel 1960 e la versione successivamente approvata entrò nell’edizione delle opere complete.
È dunque importante non ascoltare questa Sonata semplicemente come una sorta di “prologo” allo Šostakovič maturo. L’op. 40 possiede una propria identità, nella quale convivono elementi apparentemente lontani: la tradizione sonatistica, una liricità di ascendenza russa, l’ironia, l’improvvisa asprezza ritmica e una certa predilezione per il grottesco che diverrà in seguito uno dei tratti più riconoscibili del compositore.
La struttura in quattro movimenti è già significativa: un Allegro non troppo, seguito dall’Allegro, dal Largo e da un conclusivo Allegro. Ma è soprattutto il rapporto fra i due strumenti a sottrarre l’opera alla consueta gerarchia fra “solista” e accompagnatore. Il pianoforte non costituisce un semplice sostegno armonico: spesso determina il profilo drammatico, introduce contrasti, modifica il peso delle frasi e sembra talvolta contendere al violoncello la responsabilità del discorso.
È qui che una coppia cameristica di alto livello deve evitare due rischi opposti: quello di romanticizzare Šostakovič, caricandolo di una tragicità retrospettiva che nel 1934 non è ancora quella degli anni successivi, e quello di trasformare la sua ironia in caricatura. La Sonata richiede invece una lettura capace di mantenere insieme il canto e la deformazione del canto, l’abbandono lirico e il suo improvviso rovesciamento. Particolarmente eloquente è il Largo: non un semplice episodio di raccoglimento, ma uno spazio in cui la scrittura cameristica acquista una concentrazione quasi vocale. Il violoncello può assumere qui quella qualità di voce umana che gli è congeniale, mentre il pianoforte costruisce intorno alla linea melodica un ambiente armonico tutt’altro che neutro. Il contrasto con l’ultimo Allegro non è dunque soltanto formale: è un ritorno al movimento, al gesto, all’ironia.
Mjaskovskij: la semplicità come scelta storica. Ancora più singolare, nell’economia del disco, è la presenza della Seconda Sonata op. 81 di Nikolaj Mjaskovskij. L’opera fu composta nel 1948-49, è in la minore, consta di tre movimenti – Allegro moderato, Andante cantabile, Allegro con spirito – e fu dedicata a Mstislav Rostropovič, che ne diede la prima esecuzione il 5 marzo 1949 insieme al compositore al pianoforte. Fu pubblicata nel 1950.
Qui il confronto con Šostakovič diviene particolarmente fecondo. La Seconda Sonata nasce infatti negli anni immediatamente successivi alla risoluzione del 1948 contro il cosiddetto “formalismo”, che colpì fra gli altri Šostakovič, Prokof’ev e Mjaskovskij. Sarebbe però riduttivo considerare l’op. 81 soltanto come un documento di conformismo imposto dal potere. La sua apparente semplicità appartiene anche a un problema estetico autentico: il rapporto fra modernità e comunicazione, fra elaborazione colta e memoria della tradizione russa. La scrittura della Sonata si fa più diatonica, i temi assumono un carattere talvolta quasi popolare, mentre il movimento conclusivo recupera una vivacità di danza.
È proprio questa ambivalenza a rendere preziosa la collocazione dell’opera accanto a Šostakovič. Se l’op. 40 ci mostra un compositore giovane alle prese con un linguaggio inquieto, mobile, ironico e già personalissimo, l’op. 81 presenta un autore maturo che sembra aver scelto una lingua più sorvegliata e accessibile. Ma sotto la superficie semplificata permane la densità di un musicista che aveva attraversato alcune delle esperienze più drammatiche della cultura sovietica.
L’ Andante cantabile, collocato al centro della Sonata, costituisce in questo senso il cuore dell’opera: il canto non è più soltanto lirismo, ma memoria. E nel finale, con quell’Allegro con spirito che riporta energia e movimento, la danza appare come forma di vitalità riconquistata.
Un programma costruito sul dialogo
Il pregio maggiore del CD risiede forse proprio nella sua architettura. Šostakovič e Mjaskovskij non vengono presentati come due nomi di una generica “scuola russa”, categoria musicologicamente troppo vasta per essere davvero utile. Sono piuttosto messi in rapporto attraverso una forma – la sonata per violoncello e pianoforte – e attraverso due momenti storici molto differenti.
Esiste, inoltre, una curiosa simmetria nella storia delle due composizioni. La Sonata di Šostakovič fu concepita per Viktor Kubatskij ed eseguita per la prima volta dal compositore insieme al dedicatario; quella di Mjaskovskij fu dedicata a Rostropovič e da lui presentata insieme all’autore. In entrambi i casi, dunque, il rapporto fra composizione e pratica strumentale è originariamente inscritto nella genesi stessa dell’opera. È un elemento che rende particolarmente appropriata la scelta di Signorini e Volpe: il violoncello non è qui una presenza solistica sovrapposta a una pagina pianistica, ma uno dei due poli di un pensiero cameristico. Il pianoforte, a sua volta, è chiamato a farsi interlocutore, contrappeso, talvolta antagonista e talvolta cassa di risonanza della voce del violoncello.
La lunga consuetudine cameristica dei due interpreti, maturata anche all’interno del Conservatorio napoletano, sembra trovare in questo repertorio una destinazione naturale. Non si tratta di esibire virtuosismo, benché entrambe le Sonate presentino difficoltà tecniche considerevoli; si tratta piuttosto di restituire la complessità attraverso la misura. Ed è una qualità particolarmente preziosa quando ci si confronta con Šostakovič e Mjaskovskij: due autori che possono essere facilmente deformati da un eccesso di enfasi.
Il valore di una riscoperta: il significato di questo CD va dunque oltre la pur pregevole proposta di due opere poco frequentate. La discografia contemporanea ha ormai restituito a Šostakovič una posizione centrale anche nella musica da camera; molto più sporadica rimane invece la presenza di Mjaskovskij. La Seconda Sonata op. 81, nonostante la sua forza inventiva e la sua posizione storica, continua a essere un’opera da scoprire. Il catalogo disponibile conferma del resto la relativa rarità della sua circolazione discografica.
È qui che l’iniziativa del San Pietro a Majella acquista un valore esemplare. Il Conservatorio napoletano, la cui storia documentaria comprende gli archivi degli antichi conservatori cittadini e la documentazione dell’Istituto dal 1807 in poi, celebra nel 2026 i due secoli della propria vicenda istituzionale. Affidare il bicentenario a un progetto cameristico dedicato a un repertorio non ovvio significa ricordare che la tradizione di un’istituzione musicale non consiste soltanto nella conservazione, ma anche nella capacità di interrogare ciò che è stato dimenticato o ascoltato troppo poco.
Il disco di Luca Signorini e Paola Volpe è, in questa prospettiva, una pubblicazione opportunamente sobria ed elegante. Non cerca l’effetto celebrativo: propone due opere, le mette in relazione e lascia che sia la musica a parlare. È un atteggiamento tanto più apprezzabile in un’epoca discografica nella quale il repertorio raro viene spesso presentato come curiosità esotica.
Qui, invece, la rarità è una conseguenza della ricerca.
Un suono nitido, avvolgente e di rara intensità, espresso con impareggiabile valentia dai due interpreti. Il violoncello di Signorini, profondo e caldo, capace di unire densità timbrica e vibrante espressività, si è intrecciato con il pianoforte di Paola Volpe, dal tocco preciso, limpido e sensibilissimo, dando vita a un dialogo musicale di straordinaria complicità. Ne è scaturita un’interpretazione di grande raffinatezza, nella quale rigore e abbandono, chiarezza e profondità espressiva si sono fusi in un equilibrio di rara eloquenza.
E la scelta appare felice anche per un’altra ragione: entrambe le Sonate chiedono all’interprete una qualità che non si può ottenere soltanto con il dominio tecnico, vale a dire la capacità di abitare le contraddizioni. In Šostakovič occorre riconoscere il lirico e il grottesco, la cantabilità e l’angolosità, il rigore formale e l’ironia; in Mjaskovskij la semplicità apparente e la profondità storica, la limpidezza diatonica e l’inquietudine che la circonda. È precisamente in questo spazio, fra rigore e abbandono, che un duo cameristico come quello di Signorini e Volpe può trovare la propria più autentica ragion d’essere.
Per il bicentenario di San Pietro a Majella non si sarebbe potuto immaginare omaggio più pertinente: non un monumento alla tradizione, ma un atto di tradizione viva. Una tradizione che sa guardare indietro senza smettere di ascoltare il presente.
Il CD, pubblicato nel 2026 con i due musicisti indicati come interpreti, è disponibile sulle piattaforme digitali; la discografia online ne registra sette tracce, corrispondenti ai quattro movimenti della Sonata op. 40 e ai tre dell’op. 81.






