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Michael Aspinall, la fedeltà alla bellezza

Scomparso a Napoli all’età di 87 anni il grande studioso e maestro britannico che ha dedicato la vita alla riscoperta e alla trasmissione della grande tradizione del Belcanto.

Achille Mottola

L’arte non appartiene al tempo. Lo attraversa, lo interroga, talvolta lo contraddice. Per questo la scomparsa di Michael Aspinall, avvenuta nella Napoli che aveva eletto a propria città dell’anima, non induce soltanto al ricordo di una personalità eminente del Belcanto, ma invita a riflettere sul valore di una vita interamente consacrata alla trasmissione della bellezza.

Vi sono studiosi che accumulano conoscenze, interpreti che lasciano memorabili esecuzioni, docenti che formano generazioni di allievi. Più raramente queste tre dimensioni convivono nella medesima persona. Aspinall vi riuscì con una naturalezza che era il segno distintivo della sua intelligenza. Non concepiva la musica come un repertorio da custodire gelosamente né come un oggetto di studio confinato nell’erudizione. La considerava una forma di civiltà, un linguaggio da comprendere nella sua profondità e da consegnare, integro, a chi sarebbe venuto dopo.

La sua autorevolezza nasceva da questa convinzione. Mai dalla ricerca del prestigio personale. Chi lo ascoltava avvertiva subito che la sua vastissima cultura non aveva nulla di esibito. Era una presenza discreta, quasi silenziosa, che emergeva nella precisione di un’osservazione, nell’esattezza di un riferimento storico, nella pazienza con cui ricostruiva la genealogia di un’idea musicale o di una tecnica vocale. La competenza, per lui, non era uno strumento di distinzione, ma una forma di rispetto verso la musica.

Nato a Stockport, presso Manchester, nel 1939, aveva scelto l’Italia quando ancora era studente di Lingua e Letteratura italiana all’Università di Manchester. Quella scelta non fu il frutto di un’attrazione superficiale per il melodramma, ma l’inizio di una lunga appartenenza culturale. A Roma, sotto la guida di Vincenzo D’Alessandro, entrò in contatto con la tradizione della grande scuola italiana del canto, quella che attraverso Mengozzi, García e Lablache aveva codificato i principi del Belcanto. Da allora non avrebbe mai cessato di interrogare quella tradizione, convinto che il rispetto delle fonti fosse la condizione necessaria per ogni autentica libertà interpretativa.

La ricerca accompagnò sempre l’attività artistica. Collaborò con istituzioni musicologiche, biblioteche, editori e case discografiche; scrisse saggi, recensioni, contributi specialistici; affiancò interpreti di fama internazionale come Montserrat Caballé nella riscoperta del repertorio italiano. Eppure neppure questo definisce pienamente il suo profilo. Il suo lavoro aveva infatti una qualità oggi sempre più rara: non separava mai la riflessione teorica dall’esperienza concreta del fare musica.

Forse anche per questo riusciva a guardare il teatro con un sorriso intelligente. Le sue celebri parodie delle grandi primedonne dell’opera sono rimaste nella memoria di chi le ha viste non perché caricaturali, ma perché profondamente rispettose. Solo una conoscenza assoluta del linguaggio operistico consente di coglierne le sfumature fino al punto di sorriderne senza mai impoverirle. Era uno humour autenticamente britannico: sottile, elegante, mai offensivo. Napoli gli offrì la naturale controparte di quella misura. La sua ironia si lasciò attraversare dalla luminosità mediterranea, acquistando un calore umano che rendeva immediatamente familiare anche la conversazione più dotta. In lui il rigore inglese e la spontaneità partenopea non rappresentavano due identità da conciliare, ma un unico modo di abitare il mondo.

L’insegnamento occupò il centro della sua esistenza. Dai Conservatori alle Accademie, dalle masterclass alle lezioni private, Aspinall non trasmetteva soltanto una tecnica. Educava all’ascolto. Invitava gli allievi a diffidare delle soluzioni facili, a leggere i trattati, a comprendere il significato storico di ogni scelta interpretativa. In un tempo nel quale la velocità tende a sostituire l’approfondimento, egli ricordava che la vera libertà dell’artista nasce sempre dalla disciplina.

Napoli fu il luogo dove questa idea della musica trovò la sua dimora più naturale. Vi insegnò a lungo, instaurando un dialogo fecondo con una tradizione ancora viva e riconoscendovi una comunità capace di comprendere il valore della memoria musicale. Lo stesso sentimento lo legò profondamente al Sannio, dove non trovò soltanto estimatori, ma amicizie destinate a diventare parte della sua vita. Con Gioacchino Zarrelli e Maria Cristina Costanzo condivise un sodalizio artistico e umano fondato sulla medesima curiosità intellettuale. I concerti che li videro protagonisti erano il frutto di un paziente lavoro di ricerca, rivolto ai repertori meno frequentati, nella convinzione che la storia della musica custodisca ancora pagine capaci di parlare con sorprendente attualità.

Questa tensione verso la conoscenza trova una sintesi esemplare nell’ultimo libro scritto con Gioacchino Zarrelli, Maria Callas secondo noi. Breve studio sulla vocalità, pubblicato nel 2024 da Kinetès Edizioni in italiano e in inglese. Più che un omaggio alla figura della grande cantante, il volume propone una riflessione sul rapporto fra tecnica, stile e interpretazione, restituendo la Callas alla concretezza del suo lavoro artistico e liberandola dalle semplificazioni del mito. In quelle pagine si riconosce il metodo di Aspinall: il primato delle fonti, il rifiuto delle formule convenzionali, la convinzione che la conoscenza debba sempre condurre a una comprensione più profonda dell’arte.

Oggi, mentre il mondo della musica ne piange la scomparsa, appare chiaro come la sua eredità oltrepassi i confini della lirica. Michael Aspinall ci lascia un’idea esigente della cultura, intesa non come ornamento dell’intelligenza, ma come esercizio morale. In un’epoca che privilegia la semplificazione e il consenso immediato, la sua vita ricorda il valore dello studio paziente, della misura, della competenza unita all’ironia, dell’eleganza che non sente il bisogno di mostrarsi.

È forse questo il tratto che meglio lo definisce. Non tanto l’insigne maestro del Belcanto, lo studioso raffinato o il docente amato da generazioni di allievi. Piuttosto un uomo che aveva compreso come la bellezza non viva nelle opere soltanto, ma nella responsabilità di chi le custodisce e le trasmette. E in questo, più ancora che nei suoi libri, nei suoi concerti o nelle sue lezioni, continua a risiedere la parte più viva della sua testimonianza.