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Da Giovanni Paolo II a Leone XIV, quarant’anni di “Spirito di Assisi”

Nel quarto decennale della storica Giornata di preghiera per la pace convocata da Papa Wojtyla il 27 ottobre 1986, l’eredità dello “Spirito di Assisi” attraversa quattro pontificati. Da Giovanni Paolo II, che ne approfondisce il significato teologico, a Benedetto XVI, che apre il dialogo anche ai non credenti; da Francesco, che richiama alla fraternità, fino a Leone XIV, che invita le religioni a ritrovare nelle proprie radici un antidoto all’odio e alla violenza

Fabio Colagrande – Città del Vaticano

Non era mai accaduto che un Papa convocasse i rappresentanti delle grandi religioni del mondo per una giornata dedicata alla pace. Il 27 ottobre 1986 Giovanni Paolo II sceglie Assisi, la città di san Francesco, per un’iniziativa senza precedenti, destinata a lasciare un segno profondo nella storia del dialogo interreligioso. A quarant’anni di distanza, quell’appuntamento resta uno dei gesti più significativi del suo pontificato e un punto di riferimento per i suoi successori.

I giovani ebrei che offrono rami d’ulivo ai rappresentanti religiosi, anzitutto ai musulmani: un gesto che il cardinale Roger Etchegaray, al quale Papa Wojtyła affidò la “regia” dell’incontro, ricorderà raccontando di essersi commosso fino alle lacrime. Lo scambio della pace tra i responsabili delle Chiese cristiane nella cattedrale di San Rufino, con la commozione visibile sui volti di alcuni partecipanti. I leader intirizziti dal freddo, stretti l’uno all’altro sul palco davanti alla basilica, e l’arcobaleno apparso dopo una mattinata grigia: due particolari rimasti nella testimonianza di Etchegaray, che lesse nell’arcobaleno un segno di fraternità. Sono queste alcune delle immagini che restano di quella giornata storica, nata per testimoniare un impegno condiviso per la pace, nel rispetto delle diverse convinzioni religiose, con ciascuno raccolto in preghiera secondo la propria tradizione.

Giovanni Paolo II durante l’incontro di preghiera per la paca ad Assisi del 1986

Ma, al di là dei ricordi, quel giorno dà origine al cosiddetto “Spirito di Assisi”: l’impegno delle diverse religioni a incontrarsi, dialogare e costruire insieme la pace. Un’esperienza che diventa un riferimento per il magistero, un gesto da interpretare, precisare e sviluppare. Il cardinale Roger Etchegaray ne ricordava il principio con una formula di Giovanni Paolo II: “Essere insieme per pregare, ma non pregare insieme”. Sulla scia di Nostra aetate, la dichiarazione del Concilio Vaticano II sulle relazioni della Chiesa cattolica con le religioni non cristiane, il dialogo prende una forma visibile, senza cancellare le differenze. Da Papa Wojtyła ai suoi successori, la riflessione tornerà più volte sul rapporto tra preghiera e pace, identità religiosa e incontro, fede e responsabilità per l’umanità.

Il Concilio riletto attraverso un evento

“La stessa identità della chiesa cattolica e la coscienza che essa ha di sé stessa sono state rafforzate ad Assisi”, afferma Giovanni Paolo II il 22 dicembre 1986, parlando alla Curia romana, nel tradizionale discorso di auguri, e offrendo una lettura teologica dell’incontro. Non basta compiacersi della sua riuscita, sembra suggerire il Pontefice: occorre comprenderlo alla luce della fede. Il fondamento è l’unità della famiglia umana, nella creazione e nell’opera salvifica di Cristo. Assisi rende visibile questa unità senza nascondere le divisioni religiose. Il rapporto con il Vaticano II è dunque reciproco: il Concilio permette di interpretare la giornata, ma la giornata aiuta a rileggere con maggiore profondità il Vaticano II. Il dialogo non indebolisce l’identità ecclesiale: può rendere la Chiesa più consapevole della propria missione di riconciliazione.

Lo Spirito oltre i confini visibili

Quattro anni dopo, nell’enciclica Redemptoris missio, datata 7 dicembre 1990, Giovanni Paolo II riprende questa convinzione, già formulata davanti alla Curia, richiamando espressamente Assisi. “Ogni autentica preghiera è suscitata dallo Spirito Santo il quale è misteriosamente presente nel cuore di ogni uomo”, afferma Papa Wojtyla. È un passaggio decisivo: l’esperienza contribuisce a ripensare il ruolo del dialogo interreligioso nella missione della Chiesa. Il riconoscimento dell’azione dello Spirito negli altri non si contrappone all’annuncio di Cristo, ma si colloca all’interno dell’unico disegno della salvezza. Assisi, “esclusa ogni equivoca interpretazione”, testimonia che il rispetto dell’uomo nella sua ricerca religiosa è anche rispetto dell’opera di Dio in lui. Il dialogo ha quindi una ragione teologica, non soltanto diplomatica o umanitaria.

Un’altra immagine dell’incontro del 1986

Nessuna violenza può dirsi religiosa

Il 24 gennaio 2002 Giovanni Paolo II torna ad Assisi, questa volta in treno, mentre terrorismo, odio e conflitti gravano sull’orizzonte internazionale. L’incontro si svolge infatti pochi mesi dopo gli attentati dell’11 settembre 2001 e la preghiera diventa anche assunzione pubblica di responsabilità: le comunità religiose devono ripudiare la violenza, anzitutto quella che pretende di legittimarsi nel nome di Dio. “Chi utilizza la religione per fomentare la violenza ne contraddice l’ispirazione più autentica e profonda”, afferma il Pontefice polacco, legando poi la pace alla giustizia e al perdono e ribadendo la distinzione delle forme di preghiera. Non una religione comune, dunque, ma un impegno condiviso: ciascuno, fedele alla propria tradizione, è chiamato a disinnescare l’ostilità. Pregare non significa evadere dalla storia, ma affrontarla con responsabilità.

Anche chi cerca senza credere

Il 27 ottobre 2011, nel 25° anniversario del primo incontro di preghiera per la pace, Benedetto XVI estende l’invito anche a persone che non professano una fede, ma cercano il vero e il bene. Non è una semplice aggiunta di nuovi invitati: la loro presenza interpella anche i credenti. “Sono pellegrini della verità, pellegrini della pace”, spiega Papa Ratzinger. L’immagine di Dio può essere oscurata dal modo in cui le religioni vengono vissute; nessuno può considerare Dio una propria esclusiva e sentirsi così autorizzato a imporsi sugli altri. Benedetto XVI sviluppa così un’esigenza interna allo spirito di Assisi: la necessità di purificare il modo di vivere la fede. Assisi chiede, in quel caso, ai credenti anche un esame di coscienza: non basta condannare chi usa la religione per giustificare la violenza; bisogna domandarsi se il proprio modo di vivere e presentare la fede mostri davvero il volto di un Dio di pace oppure lo deformi.

Un’immagine della giornata di riflessione, dialogo e preghiera per la pace e la giustizia nel mondo “pellegrini della verità, pellegrini della pace”, presieduta da Benedetto XVI ad Assisi il 27 ottobre 2011

Accanto agli altri, per gli altri

“Abbiamo invece pregato gli uni accanto agli altri, gli uni per gli altri”. Ad Assisi, il 20 settembre 2016, Papa Francesco riassume con queste parole una continuità che esclude espressamente sincretismo e relativismo. Ma ne accentua anche la dimensione fraterna: non soltanto rispettare la preghiera altrui, bensì farsi carico gli uni degli altri. Il dialogo deve dare voce alle vittime delle guerre, ai profughi, ai poveri. Alla preghiera deve corrispondere la collaborazione concreta e all’incontro l’impegno ad affrontare le cause profonde dei conflitti. La minaccia da vincere non è soltanto il fanatismo, ma anche l’indifferenza. La fedeltà religiosa si misura anche nella capacità di ascoltare chi soffre.

Tornare alle sorgenti, contro l’odio

“I credenti possono attingere nuovamente alle sorgenti più autentiche delle proprie tradizioni spirituali, dove non c’è spazio per l’odio sacralizzato”, afferma Papa Leone XIV al paragrafo 223 dell’enciclica Magnifica humanitas, datata 15 maggio 2026, richiamando esplicitamente lo “spirito di Assisi”, suscitato da Giovanni Paolo II e proseguito da Francesco, anche attraverso il dialogo con il Grande Imam di al-Azhar. L’eredità del 1986 trova così posto nella riflessione sociale sulle sfide contemporanee: le religioni possono contrastare la mentalità della violenza non attenuando le proprie convinzioni, ma tornando alle loro sorgenti native.

È questo il filo che attraversa quarant’anni: l’incontro non come sospensione della fede, ma come sua verifica. Per i credenti, Assisi resta la domanda se la propria relazione con Dio sappia diventare responsabilità per la pace.