Press ESC to close

Terra Santa, le suore borromee di Gerusalemme seminano la pace

Dal 1989 le Suore della Misericordia di San Carlo Borromeo gestiscono a Gerusalemme una scuola dell’infanzia dove bambini di famiglie musulmane e cristiane imparano e giocano insieme. La loro esperienza testimonia che è possibile essere «artigiani di pace» nel cuore stesso del conflitto

di Sr. Elena Isachenko SMCB

La cura dei bambini e dei giovani è parte essenziale della missione delle suore a Gerusalemme fin dagli inizi. Da quasi quarant’anni si occupano di 140 bambini palestinesi tra i tre e i sei anni. La maggior parte proviene da Gerusalemme Est e dalla Città Vecchia ed è di religione musulmana. Circa un quinto appartiene a diverse confessioni cristiane. Il programma educativo avvicina i bambini alle culture di popoli e religioni differenti. Le suore cercano di insegnare loro il rispetto per le proprie tradizioni e per quelle dei vicini. A dicembre i bambini amano imparare i canti di Natale in arabo, inglese e tedesco; durante il Ramadan si divertono a costruire lanterne. Le ostilità esplose in Medio Oriente nel 2023 hanno inferto un colpo a questa fragile pace: la guerra lascia il segno prima di tutto sui bambini. In un contesto così difficile, le suore offrono loro un luogo sicuro e accogliente, dove possono ritrovare serenità, imparare ed essere semplicemente bambini. Le cure amorevoli, la stabilità, le attività creative e il sostegno emotivo li aiutano a recuperare la gioia, a rafforzare la capacità di affrontare le difficoltà e a coltivare la speranza in un futuro di pace. Entro i cinque o sei anni si formano nel cervello i primi circuiti attraverso cui i bambini costruiscono la propria immagine dell’«altro». Se a quell’età un bambino conosce un musulmano o un cristiano come il compagno con cui gioca e condivide i giocattoli nella sabbiera, anziché come un nemico visto in televisione, per l’odio diventa molto più difficile trovare spazio nel suo cuore.

Paura ed euforia

«Quando, due settimane dopo l’inizio del conflitto armato, è stato permesso alle scuole e agli asili in Israele di riaprire», racconta suor Gabriela Zinkl SMCB, «abbiamo riaperto anche noi, con sentimenti contrastanti: paura ed euforia. Paura, perché non sapevamo come i nostri vicini israeliani avrebbero reagito alla presenza dei bambini delle famiglie arabe. Euforia, perché appena è stata annunciata la riapertura, i genitori hanno risposto positivamente e i bambini sono tornati numerosi fin dal primo giorno. Per molti, la nostra decisione è stata un segno importante del ritorno alla vita normale. C’era qualcuno che li accoglieva senza giudicarli». Le suore hanno dovuto rinunciare alle guardie di sicurezza arabe che lavoravano per loro: temevano che la loro presenza potesse essere percepita come una provocazione dai vicini ebrei. Hanno quindi cominciato a sorvegliare a turno l’ingresso della scuola, in abito religioso e senza armi. «Contrariamente ai nostri timori», prosegue suor Gabriela, «la risposta è stata straordinaria. I nostri vicini israeliani erano orgogliosi di noi e si sono commossi fino alle lacrime nel sentire di nuovo i bambini cantare e ridere».

«Sono così felice di tornare all’asilo! Sai, a casa nostra c’è la guerra!»

Nella scuola dell’infanzia le suore cercano di mantenere la consueta routine quotidiana e di portare avanti il dialogo interculturale e interreligioso tra i bambini affidati alle loro cure. «Il 7 ottobre 2023 è stato uno shock terribile», dice suor Daniela Gabor SMCB, superiora della comunità di Gerusalemme. «All’improvviso, la fiducia che esisteva prima è andata in frantumi. Proprio per questo ci è sembrato ancora più importante creare oasi di fiducia in cui trovare rifugio in mezzo a questo sconvolgimento generale». Le parole di un bambino mostrano quanto la scuola sia diventata un’«oasi di pace» per i piccoli di Gerusalemme: «Sono così felice di tornare all’asilo! Sai, a casa nostra c’è la guerra!». A Gerusalemme le suore della Misericordia di San Carlo Borromeo vivono in una comunità internazionale, composta da religiose tedesche, romene e arabe. La loro stessa presenza in questa terra è una testimonianza eloquente. «Per noi è naturale vivere insieme senza dare importanza alle nostre origini», afferma suor Daniela. «Ci unisce una base comune: i valori cristiani. La diversità delle culture ci arricchisce. Con l’esempio di una vita quotidiana fatta di amicizia e rispetto, speriamo di aiutare le persone che incontriamo a capire che la convivenza pacifica è possibile ovunque persone di nazionalità diverse si incontrino e vivano insieme».