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Franco Baresi, la bandiera che non si ammaina

di Vincenzo D’Anna*

Un diffuso luogo comune sostiene che la fede calcistica sia forse l’unica cosa che nessuno è disposto a cambiare nel corso della vita. Per dirla con maggiore nobiltà culturale, si potrebbe richiamare Francesco Bacone che, nel XVII secolo, coniò l’espressione “Idola Fori”: le cose di cui si discute nella piazza, spesso alimentando convinzioni confuse, controverse e non sempre aderenti alla realtà. E il calcio, con i suoi campioni, ne è l’esempio per eccellenza. C’è chi sceglie la squadra della propria città e chi quella in cui gioca il calciatore assurto a idolo. Anche questa diversità alimenta discussioni infinite: non pochi vengono considerati traditori della propria terra per aver preferito i colori di club più vincenti e, quindi, più attrattivi. Ma, quale che sia la scelta, difficilmente verrà mai cambiata. Si continueranno a seguire le sorti della squadra del cuore nelle sue alterne vicende di gloria e di delusione. Ogni squadra, in ogni epoca, finisce per identificarsi con un uomo, un campione che ne diventa la bandiera. Così fu per Piola nella Nazionale di Vittorio Pozzo, per Meazza nell’Inter degli anni Trenta, per Valentino Mazzola nel Grande Torino, per Schiaffino e Liedholm nel Milan degli anni Cinquanta, per Jeppson e Vinicio nel Napoli, per Boniperti e Sivori nella Juventus. L’elenco potrebbe continuare a lungo. Ogni tifoso conserva nel cuore un nome, un episodio, uno scudetto, una vittoria indimenticabile. Basti pensare a Diego Armando Maradona, che ha finito per identificarsi con il Napoli e con la città stessa, fino a dare il proprio nome allo stadio. Il tifo, del resto, si tramanda spesso da padre in figlio, alimentando paragoni impossibili fra campioni di epoche diverse. Il ricordo è legato agli entusiasmi della giovinezza, alle gioie e alle delusioni che ciascuno porta con sé. Così riaffiorano l’Inter di Mazzola e quella di Ronaldo, il Milan di Rivera e quello di Van Basten, la Juventus di Haller e quella di Platini, il Napoli di Careca e quello del Pibe de Oro, la Roma di Manfredini e quella di Totti. Ricordi raccontati da firme come Gianni Brera, Antonio Ghirelli, Gianni Palumbo e Giovanni Arpino, o dalle voci di Nicolò Carosio, Enrico Ameri, Sandro Ciotti e Nando Martellini, che hanno accompagnato la vita di intere generazioni e oggi alimentano la nostalgia. Poi esistono campioni che superano i confini del tifo. Uomini il cui valore, lo stile e l’autorevolezza, dentro e fuori dal campo, travalicano i colori della maglia. Chi non ha ammirato Paolo Rossi, Roberto Baggio o Franco Baresi? Più che eroi di una tifoseria, sono monumenti del calcio, destinati alla leggenda. Fra tutti, Franco Baresi rappresenta la bandiera per eccellenza. Capitano del Milan degli imbattibili, ha conquistato tutto ciò che vi era da vincere e ha conosciuto anche l’amarezza della sconfitta, senza lasciarsi mai sedurre da quei due impostori che sono il trionfo e il fallimento, come scriveva Rudyard Kipling. La sua maglia rossonera numero 6 non sarà più indossata da nessun altro. La notizia che ne ha addirittura annunciato la morte lascia basiti. Si sperava che così non fosse, che avrebbe vinto anche la partita con la morte, avrebbe chiuso ogni varco alla malattia. Qualunque sia la decisione che Domineddio ha in serbo per lui, per la sua bontà e la signorilità di uomo, non lo sappiamo, sappiamo però che egli era una bandiera per tutti gli sportivi, come il ciclista Fausto Coppi, il Puglie Nino Benvenuti, il marciatore Abdon Pamic, lo sciatore Alberto Tomba ed oggi Jannik Sinner. Una bandiera non sarà mai ammainata. Perché, come scriveva Antonio Fogazzaro, nulla se ne va davvero, nulla è perduto: tutto resta nei meandri del cuore e della memoria. Come restano le lacrime di Baresi dopo il rigore sbagliato nella finale del Mondiale contro il Brasile. Un errore che tutti gli hanno perdonato, perché in un mondo di cinici e di bari le bandiere autentiche, oneste, gloriose restano fulgide, e si onorano e si rispettano. Sempre. Le parole non servono ma possiamo ben dire che da oggi ogni sportivi si sentirà più solo.

*già parlamentare