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Campo largo, l’untorello di Rignano

di Vincenzo D’Anna*

Settembre, tempo di feste e raduni politici. I partiti, o meglio quel simulacro che ne è rimasto, organizzano le loro feste per radunare militanti e simpatizzanti: tra un piatto di pasta e una salamella alla brace, i partecipanti attingono dalla viva voce dei titolari delle ditte la linea politica e i propositi da mettere in atto nel prossimo futuro. Così è stato per AVS, il partito dei due Dioscuri della sinistra alternativa, Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli, accompagnati dalle rispettive consorti, anch’esse parlamentari in carica, a Roma l’8 settembre. Per l’occasione si è tenuto il primo palco unitario del “Campo largo” dopo l’estate, ospiti Elly Schlein e Giuseppe Conte, innanzi alla folla dei convenuti, dalla quale si è levato il grido di dolore “Sbrigamose!” per fare l’alleanza. Assente Matteo Renzi, non invitato alla kermesse politica perché, secondo Conte, “i compagni di viaggio devono essere affidabili”. Chiaro il riferimento all’ex segretario dem, con il quale Conte ha avuto un duro scontro politico culminato nella crisi del suo governo (il Conte II) del gennaio 2021, dopo il ritiro delle ministre di Italia Viva. Una sorta di vendetta postuma consumata nei confronti dell’ex rottamatore ed enfant prodige di Rignano. Più morbida e vaga Schlein, che invece ha nicchiato per non chiudere la porta: “Sarebbe sbagliato fare il perimetro sigla per sigla, nome per nome. Non c’è migliore programma che attuare la Costituzione antifascista articolo per articolo”. Il che significa che non vuole escludere apertamente Renzi, per tenere aperto il dialogo con Italia Viva, ma neanche rompere con il Movimento 5 Stelle. I motivi di divergenza nel Campo largo non mancano: dal programma di governo alle modalità da utilizzare per indicare il leader della coalizione, ai quali se ne aggiunge un altro, quello sulle ulteriori alleanze che il centrosinistra dovrà stringere. Ancora più dura la posizione “ad excludendum” di AVS, che ritiene Renzi incompatibile su alcune questioni fondamentali, come lavoro, ambiente, inceneritori e Jobs Act. Insomma, una posizione di radicale differenza programmatica, diversa da quella di Conte, che ha tutte le caratteristiche di un regolamento di conti con l’ex sindaco di Firenze. La questione vera che investe il Campo largo, però, non è se mettere dentro o fuori Renzi, i cui pochi voti potrebbero essere necessari per vincere, quanto la diversa visione politica tra i partiti che hanno fondato il Campo largo, i quali, a parte l’odio viscerale che manifestano contro Meloni, hanno poco o niente in comune. In disparte talune divergenze su specifici punti del programma, come la politica estera, il potenziamento e le spese per la difesa, l’eccessiva adesione all’ideologia woke, è l’orizzonte politico di riferimento il vero nodo gordiano da sciogliere. Il PD è proteso verso un campo larghissimo, con l’aggiunta del cosiddetto centro di Renzi e Calenda per prendere voti moderati. Al contrario, AVS e M5S, più schematici e ideologizzati, con una base elettorale identitaria e continuamente stimolata da proposte radicalmente alternative, non si riconoscono nella politica moderata. Se la prospettiva piddina è quella di rifare un governo fotocopia di quello di Romano Prodi, che andava da Rifondazione Comunista a Clemente Mastella e cadde nel gennaio 2008 dopo la crisi aperta dall’Udeur e il voto contrario, tra gli altri, di Franco Turigliatto, le strade nel Campo largo si divideranno. Serve quindi un compromesso, ma non si sa quale possa essere, perché è difficile mischiare le posizioni del PD e del suo elettorato moderato con quelle dei rivoluzionari da operetta, tutte chiacchiere e distintivo. Alla fine della fiera, è stato rimandato tutto a dopo il 20 settembre, quando il M5S finirà il suo congresso interno, e poi a ottobre, alla “consultazione popolare per il programma”, come se la gente comune, che se ne frega della politica e in buona parte si astiene dal voto, avesse tempo e voglia di leggere i programmi strutturati e articolati della politica. Si tratta quindi di prendere tempo, di limare gli spigoli che oggi sono acuminati, perché Conte aspira a essere leader e si ammorbidirà sul programma dopo essere stato investito, mentre AVS aspetta di sapere quale sarà la grandezza della fetta della torta a lei spettante. Insomma, roba già vista e rivista: sarà celebrata la vecchia liturgia, in voga nel vecchio PCI, di coinvolgere i militanti sui temi programmatici mentre il “Politburo” dei leader decide. Ma quello che stupisce è il sussiego, che sconfina nell’albagia, con il quale questi tardo-epigoni della politica stantia indossano il lacero mantello delle buone intenzioni e contrabbandano il vecchio per il nuovo. E tuttavia si permettono il lusso di tenere fuori Renzi sulla base di un pregiudizio politico-programmatico, come AVS, o per una postuma ritorsione politica, come il M5S. Che Renzi ne abbia sbagliate tante è fatto noto; che sia un egocentrico affabulatore, il cui unico programma è quello di rimanere a galla, ancor più noto. Che Conte e Bonelli, da un etereo pulpito, lo trattino come un “untorello” di manzoniana memoria, che porta la peste nel Campo largo, non è paradossale: è ridicolo.

*già parlamentare