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Quando la musica risuona nel silenzio: Résonance al Teatro De La Salle

Monopoli e Camicia, tra Pärt, Poulenc e Schubert, per il secondo appuntamento di “Moti Paralleli“

Al Teatro De La Salle di Benevento, per il secondo appuntamento di “Moti Paralleli”, il violoncello di Mauro Paolo Monopoli e il pianoforte di Pierluigi Camicia hanno condotto il pubblico da Pärt a Poulenc fino a Schubert. Un recital intimo e raffinato, giocato sulla coesione del dialogo, sulla cura del suono e sulla cantabilità. Applausi calorosi e un bis di Elgar hanno suggellato la serata.

Achille Mottola

Giovedì 8 ottobre, il Teatro De La Salle di Benevento ha ospitato il secondo appuntamento di “Moti Paralleli”, la seconda edizione del festival di musica da camera ideato dall’Orchestra Filarmonica di Benevento sotto la direzione artistica di Giovanni Sollima. Il titolo della serata, Résonance, era più di un’etichetta. Raccontava un’idea di ascolto: il suono come eco che continua a vibrare nella sala e in chi l’ha ascoltato, dopo che l’arco ha lasciato la corda. Ne sono stati interpreti il violoncello di Mauro Paolo Monopoli e il pianoforte di Pierluigi Camicia, un duo che ha trasformato il recital in un percorso raccolto, privo di orpelli e perciò più persuasivo. Il successo è stato pieno.

La serata si è aperta con Spiegel im Spiegel di Arvo Pärt, pagina del 1978 che sintetizza lo stile tintinnabuli del compositore estone: poche note, una melodia che procede per gradi congiunti e un pianoforte ridotto a un pulsare di triadi, simile a un battito lontano. È un brano dove non c’è nulla da nascondere e dunque nessun mezzo per fingere. Monopoli ha affrontato l’ingresso con un suono nudo, quasi privo di vibrato, affidando alla sola qualità dell’emissione la tenuta di una linea che rischia, nelle mani meno sicure, di svuotarsi. Il fraseggio è stato lungo e respirato, e ogni nota ha avuto il tempo di fiorire e di spegnersi. Camicia, dal canto suo, ha mantenuto una regolarità impeccabile e un tocco morbido, senza mai far pesare l’accompagnamento: ha creato lo specchio in cui il violoncello si guardava. Il pubblico, trattenendo il fiato, ha vissuto quei minuti come una sospensione del tempo.

Il registro è cambiato con la Sonata per violoncello e pianoforte FP 143 di Francis Poulenc, concepita negli anni Quaranta, dopo una lunga gestazione, per il violoncellista Pierre Fournier. È una partitura di spiccata natura mercuriale: lirismo da chanson e slanci quasi da music-hall convivono con improvvise zone d’ombra, e il fascino sta proprio nell’imprevedibile alternanza di sorriso e malinconia. Qui il duo ha mostrato la propria versatilità. Monopoli ha cambiato pelle, facendo emergere un suono più brunito e flessibile, nervoso negli episodi marcati e di sensuale cantabilità nella Cavatine, il cuore sentimentale della sonata, che ha cantato con calore e naturalezza. Camicia ha offerto un pianismo di grande finezza, dalle sonorità cangianti, con un gusto per il colore e per l’ironia garbata che è parte integrante dello stile di Poulenc. Nel Ballabile e nel finale, la scrittura sfuggente ha trovato nei due interpreti un’intesa serrata, fatta di scatti condivisi e di respiri sincronizzati, mentre le brusche virate espressive sono state affrontate con la sicurezza di chi conosce a fondo il carattere “di sorpresa” di questa musica.

Il culmine è giunto con la Sonata in la minore D. 821 “Arpeggione” di Franz Schubert, scritta nel 1824 per uno strumento ormai scomparso, l’arpeggione, una sorta di chitarra suonata con l’arco, e oggi patrimonio dei violoncellisti. Lontana da ogni virtuosismo esibito, è pagina di cantabilità purissima, in cui la malinconia schubertiana si affida alla melodia più che allo sviluppo. L’Allegro moderato è stato condotto con trasporto misurato: Monopoli ha dato al primo tema un’ampiezza di canto quasi vocale, e Camicia ha sostenuto con discrezione i passaggi di modulazione, quando la tonalità muta come il cielo prima di una pioggia leggera. L’Adagio, breve e raccolto, è stato il momento di più intensa concentrazione: un colloquio sommesso, quasi un’elegia sussurrata, con il violoncello ripiegato su se stesso e il pianoforte a sorreggerne il respiro. Senza soluzione di continuità è seguito l’Allegretto conclusivo, dove il duo ha saputo ritrovare un’andatura più dolce e danzante, senza mai smarrire quell’ombra di tristezza che attraversa anche i sorrisi di Schubert.

Alla fine, a lasciare il segno è stata la coesione. Il violoncello di Monopoli e il pianoforte di Camicia non hanno mai dato l’impressione di un solista con accompagnamento, ma di due voci in dialogo paritario, capaci di cedersi la parola con naturalezza. Il programma, che attraversava stili e secoli lontani, ha trovato la sua unità nella cura del suono e nell’attenzione al canto. Per una rassegna che ha scelto come titolo i “moti paralleli”, è stata una dimostrazione quasi esemplare: linee che corrono accanto senza sovrapporsi e proprio per questo si sostengono.

Svanita l’ultima nota dell’”Arpeggione”, la sala è esplosa in un applauso lungo e caloroso, con una partecipazione che ha confermato quanto il pubblico beneventano sappia accogliere la musica da camera quando questa gli viene offerta con rigore e passione. I due interpreti hanno concesso un bis, “Salut d’amour” una pagina di Edward Elgar per violoncello e pianoforte. Dopo l’architettura di Schubert, quel congedo ha avuto il tono di una confidenza: la linea del violoncello, distesa e lievemente nostalgica, si è appoggiata a un pianoforte di tocco morbido, nel gusto di un lirismo tutto inglese, fatto di pudore e di calore insieme. È stato il modo più naturale di chiudere una serata nata sotto il segno della risonanza, con l’eco di un canto che, spenti gli applausi, ha continuato a vibrare ancora un poco nella sala.

La rassegna prosegue ora con gli appuntamenti successivi, fino alla chiusura del 7 novembre.