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NEL CENACOLO DEL SANNIO. IL PENSIERO SI E’ FATTO GEOGRAFIA UNIVERSALE

San Giorgio del Sannio (BN)

Il Premio Internazionale Marzani ha celebrato la sua diciannovesima edizione tra diplomazia, giornalismo, letteratura e responsabilità civile. A San Giorgio del Sannio il riconoscimento all’Ambasciatrice dello Stato di Palestina in Italia, Mona Abuamara, premiata dall’arcivescovo metropolita mons. Michele Autuoro. Il saluto dell’ambasciatore italiano in Zambia e Malawi, Enrico De Agostini, sannita d’origine, ha ulteriormente sottolineato il legame tra il territorio e le grandi questioni internazionali.

Achille Mottola

Nel cuore antico del Sannio, là dove la memoria dei luoghi continua a dialogare con le inquietudini della contemporaneità, per due giorni San Giorgio del Sannio è diventata una sorta di laboratorio civile del pensiero. La diciannovesima edizione del Premio Internazionale Giornalistico e Letterario «Marzani», svoltasi il 29 e 30 agosto, ha confermato la vocazione di una manifestazione capace, dal 2008, di portare nel Mezzogiorno d’Italia figure di primo piano della diplomazia, della cultura, del giornalismo, dell’arte, del mondo accademico e della ricerca.

Circa duecentocinquanta personalità insignite negli anni hanno costruito un albo d’oro che restituisce al Premio una fisionomia ormai pienamente internazionale. Ma il dato più significativo è forse un altro: la capacità di una realtà provinciale di sottrarsi alla marginalità geografica e di trasformare la propria dimensione locale in una prospettiva universale. San Giorgio del Sannio, per due giorni, non è stata periferia di nulla. È stata piuttosto un luogo dal quale interrogare il mondo.

Promossa dall’Associazione Campania Europa Mediterraneo presieduta da Enzo Parziale, la manifestazione ha intrecciato cultura e responsabilità civile, memoria e geopolitica, letteratura e testimonianza. Una trama nella quale il tema della guerra, dell’Europa e dell’Italia ha costituito uno dei principali assi di riflessione, affrontando la questione del riarmo continentale e le drammatiche crisi internazionali attraverso il confronto tra studiosi, giornalisti, rappresentanti delle istituzioni e protagonisti della società civile.

La prima giornata si è aperta con la musica e con le voci dei giovani Bianca Petrone, Matteo Pio Benedetto e Tarquinio Davide Gallo, che hanno interpretato The Sound of Silence, Imagine e Voilà. Una scelta tutt’altro che ornamentale: tre brani che, nel loro diverso linguaggio, hanno accompagnato il passaggio dal silenzio alla parola, dalla solitudine dell’individuo alla costruzione di una coscienza collettiva.

Il dibattito ha poi messo in dialogo la riflessione sulla sicurezza con quella, più radicale e necessaria, sulla pace. Sono intervenuti, tra gli altri, il presidente provinciale dell’ANPI Amerigo Ciervo, Ettore Rossi del Laboratorio per la Felicità Pubblica, Teresa Simeone del Comitato Scientifico e Pasquale Orlando delle Fap Acli.

Ma è stata soprattutto la seconda giornata a conferire alla diciannovesima edizione del Marzani una particolare intensità diplomatica e civile. Dopo l’incontro con il sindaco Giuseppe Ricci e l’amministrazione comunale, San Giorgio del Sannio ha accolto testimonianze provenienti da una parte significativa dello scenario internazionale: dall’Ambasciatrice dello Stato di Palestina in Italia, Mona Abuamara, all’ambasciatore di Malta Daniel Azzopardi e all’ex ministra degli Esteri libica Naila El Mangoush. A queste voci si sono affiancate quelle del giornalismo d’inchiesta, con Laura Silvia Battaglia ed Elena Postelnicu, dell’economia e del mondo accademico, con Emiliano Brancaccio.

LA MEMORIA COME ATTO CIVILE

Particolarmente intenso è stato l’intervento dell’Ambasciatrice palestinese Mona Abuamara, al centro di uno dei momenti più significativi della manifestazione, culminato nel conferimento del Premio da parte dell’arcivescovo metropolita di Benevento, mons. Michele Autuoro. Nel suo intervento, l’Ambasciatrice ha attribuito al riconoscimento un valore che andava ben oltre la dimensione personale. Ha ricordato come la presentazione stessa del Premio avesse evocato le persone che «si sono rifiutate di voltarsi dall’altra parte», definendo quella scelta una delle più alte responsabilità umane del presente. Da qui è scaturita una riflessione sul rapporto fra Palestina, memoria e parola. «La nostra lotta non è mai stata soltanto una lotta per la terra. È stata anche una lotta per la memoria», ha affermato, ponendo al centro una domanda che appartiene non soltanto alla storia palestinese, ma alla coscienza stessa del giornalismo: «Chi ha il diritto di raccontare la storia? A quale testimonianza si crede?».

È stato il linguaggio, in particolare, a diventare il cuore della sua riflessione. Le parole, ha sottolineato Abuamara, possono essere strumenti di verità ma anche dispositivi capaci di occultarla: «L’occupazione diventa un “conflitto”. La colonizzazione diventa una “controversia”». E ancora, con una formula di forte densità politica e morale: «Se manipoliamo il linguaggio abbastanza a lungo, persino l’inaccettabile può cominciare a sembrare normale».

In questa prospettiva il giornalismo è apparso non semplicemente come una professione, ma come un presidio della memoria. L’Ambasciatrice ha ricordato il ruolo dei giornalisti palestinesi, costretti a raccontare la distruzione mentre la vivevano direttamente, definendoli «gli occhi del mondo» e sottolineando come il loro lavoro fosse diventato un atto di testimonianza e di preservazione.

«Il giornalismo, la letteratura, la fotografia e l’arte non sono semplicemente professioni», ha detto. «Sono atti di preservazione». Una definizione che ha restituito alla cultura il suo significato più profondo: non ornamento della realtà, ma forma della memoria e strumento attraverso il quale una comunità afferma la propria esistenza.

È stato in questo passaggio che il Premio Marzani ha trovato forse la sua più compiuta ragion d’essere. Il riconoscimento all’Ambasciatrice palestinese è infatti apparso come un omaggio a una cultura che, attraverso la parola, la fotografia, la letteratura e il giornalismo, continua a custodire la propria storia.

Abuamara ha dedicato idealmente il Premio ai giornalisti palestinesi che hanno continuato a lavorare anche quando raccontare significava esporsi al rischio, agli scrittori, agli artisti, alle madri che hanno preservato i nomi dei villaggi e, soprattutto, ai bambini. «Meritano la vita. Meritano di andare a scuola. Meritano di crescere», ha affermato, spostando così il discorso dalla dimensione della solidarietà a quella universale dei diritti.

LA DIGNITÀ UMANA NON AMMETTE ECCEZIONI

Nel suo discorso l’Ambasciatrice ha inoltre richiamato il principio dell’universalità del diritto, insistendo sulla necessità che la dignità umana non venga sottoposta a gerarchie geopolitiche. «La dignità umana o appartiene a tutti, oppure, prima o poi, non apparterrà più a nessuno», ha dichiarato. E ancora: «Il popolo palestinese non chiede un trattamento eccezionale. Chiediamo esattamente il contrario. Chiediamo che non vi siano eccezioni». Parole che hanno trasformato il momento della premiazione in una riflessione più ampia sul rapporto tra cultura e responsabilità. È proprio quando la cronaca rischia di consumare gli eventi nella loro immediatezza che la cultura può restituire profondità alla storia, sottraendola alla semplice successione delle notizie.

L’intervento si è concluso con un richiamo alla necessità di passare dalla consapevolezza all’azione: «Arriva un momento in cui vedere non è più sufficiente. Dobbiamo parlare. E arriva un momento in cui parlare non è più sufficiente. Dobbiamo agire».

Un finale che ha conferito alla cerimonia un carattere quasi testamentario, riaffermando il ruolo della parola quando essa non si limita a descrivere il mondo, ma ne interroga le responsabilità.

UN PONTE TRA IL SANNIO E IL MONDO

A rendere ancora più evidente la vocazione internazionale del Premio – dopo l’intervento iniziale del presidente e fondatore del Premio, Enzo Parziale e quello istituzionale del sindaco Giuseppe Ricci – è stato anche il saluto portato da Enrico De Agostini, ambasciatore d’Italia in Zambia e Malawi e sannita d’origine. La sua presenza ha rappresentato un ulteriore filo ideale tra il territorio e la dimensione globale della diplomazia italiana: un ponte fra una terra capace di custodire una forte identità e un mondo nel quale le relazioni internazionali si misurano quotidianamente con questioni decisive per il futuro delle comunità. In questo senso, la presenza di De Agostini ha assunto un valore che è andato oltre il semplice protocollo. La sua origine sannita ha ricordato come le radici territoriali non costituiscano necessariamente un limite, ma possano diventare il punto di partenza di una proiezione universale.

LA CULTURA COME FORMA DI RESISTENZA ALL’OBLIO

Accanto alla diplomazia e alla geopolitica, il Marzani ha confermato la propria attenzione verso la letteratura, la ricerca storica e le arti. L’albo dei premiati ha accolto figure e percorsi differenti, ma accomunati dall’idea della cultura come esercizio di libertà.

Aleks Farrugia, con La colpa del camerata, ha affrontato le insidie totalitarie del Novecento maltese; Moreno Carosella, con Fiabe antiche per un futuro digitale, ha posto interrogativi etici sullo sviluppo dell’intelligenza artificiale. Dino Falconio ha riportato nelle pagine della sua trilogia la complessità del genio e delle ombre di Caravaggio, mentre Annalisa Angelone ha attraversato il mito e i misteri legati alla figura di Diana Spencer.

A questa costellazione si sono aggiunti la lezione di civiltà dell’avvocato internazionalista Giovanni Romano nella difesa dei diritti fondamentali a Strasburgo, l’impegno della cronista giudiziaria Rossella Fierro contro le ramificazioni criminali e la lunga traiettoria meridionalista di Gianni Festa.

Il mosaico si è completato con le esperienze del Teatro Eidos, con il lavoro pedagogico sviluppato nell’arco di quarant’anni, con l’impegno di Maria Felicia Crisci nella Società Dante Alighieri sannita e con lo sguardo dello sceneggiatore Gianfranco Di Fiore.

È stata, dunque, una manifestazione nella quale il territorio non ha cercato di imitare i grandi centri culturali, ma di affermare una propria autorevolezza. La provincia si è fatta qui luogo di elaborazione, la piazza è diventata agorà, il Premio si è trasformato in un dispositivo di ascolto.

Ed è forse proprio questa la cifra più autentica del Marzani: aver dimostrato ancora una volta che la cultura non ha bisogno di una metropoli per essere universale. Può nascere in un paese del Sannio e arrivare fino alle questioni più laceranti della contemporaneità; può partire dalla memoria di un territorio e interrogare il destino dell’Europa; può affidarsi alla letteratura, alla musica o alla diplomazia per tornare, infine, alla domanda essenziale sulla quale ogni civiltà viene giudicata: quale valore attribuiamo alla vita umana.

San Giorgio del Sannio ha così concluso la diciannovesima edizione del Premio Marzani con una consapevolezza precisa: in un tempo segnato dalla frammentazione, dalla semplificazione e dalla crescente difficoltà di riconoscere l’altro, coltivare il pensiero critico non è un esercizio accademico, ma una forma di responsabilità.

E mentre le luci della piazza si sono spente, è rimasta la parola. Quella dei diplomatici e degli scrittori, dei giornalisti e degli artisti, dei testimoni e degli studiosi. Una parola che, come ha ricordato l’Ambasciatrice palestinese, può essere fragile ma possiede una forza che il potere non riesce definitivamente a cancellare: quella della memoria.

«La verità», aveva detto Abuamara, «sopravvive a coloro che cercano di controllarla».

È forse in questa idea che il Premio Marzani ha trovato, anche quest’anno, la sua più alta e necessaria dichiarazione d’intenti.