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Quando l’arte avvolge il dono

La carta dipinta da Francesco Peluso trasforma un regalo in visione

Peluso, giovane pittore sannita formatosi all’Accademia di Belle Arti di Napoli, trasforma materiali poveri in linguaggi emotivi attraverso colore, segno e stratificazione. La composizione, realizzata in pochi minuti e asciugata con il fon, diventa emblema di una ricerca che coniuga il gesto quotidiano con una più profonda interrogazione sulla memoria, sulla materia e sull’invisibile. Questa velina, fragile e vibrante, racconta l’arte nel suo stato più autentico: quando nasce per impulso, necessità e vita.

Achille Mottola

Ci sono doni che sorprendono non per ciò che contengono, ma per ciò che rivelano. Qualche mese fa, la madre di Francesco Peluso, storica amica di famiglia, è venuta a farci visita portando una bottiglia di vino pregiato. Un gesto affettuoso, certo. Ma il vero tesoro, inatteso e quasi clandestino, era un altro: la carta velina che avvolgeva la bottiglia, una superficie fragile e vibrante, dipinta pochi minuti prima, asciugata in fretta con il fon, consegnata come si consegna un segreto.

Quella carta, opera estemporanea e immediata, offre una chiave di lettura privilegiata per accostarsi alla ricerca di Peluso, artista nato a Benevento nel 1994, che ha fatto della materia, del segno e dell’energia cromatica alcuni dei nuclei della propria grammatica espressiva. Dopo la maturità classica al liceo «Virgilio» di San Giorgio del Sannio, si forma all’Accademia di Belle Arti di Napoli, prima nel corso di Grafica d’Arte per l’Illustrazione, quindi nel biennio di Pittura. È qui che prende forma una poetica fondata sulla stratificazione e sulla tensione fra gesto e struttura.

La sua pratica non si esaurisce nella pittura. Installazione, incisione e videoarte diventano strumenti attraverso i quali l’artista attraversa ricordi, memorie e l’universo circostante, nel tentativo di dare consistenza a ciò che normalmente rimane impercettibile: il suono, la vibrazione, la traccia. Predilige materiali grezzi, imperfetti, talvolta volutamente provocatori, capaci di conservare sulla propria superficie il senso di un mondo instabile. Segni, suoni e stratificazioni concorrono così a trasformare l’utopia in eterotopia: un «luogo altro», reale e fragile, nel quale trovare una possibile forma di appoggio.

In questa prospettiva, la carta velina dipinta per avvolgere la bottiglia assume quasi il valore di un piccolo manifesto. Sulla superficie increspata convivono macchie di viola e giallo, inserti di cartone ondulato, linee nere geometriche e tracce di grafite. Il cartone, elemento povero e quotidiano, si trasforma in reperto emotivo; il colore non descrive, ma attiva una dimensione psichica. Il viola suggerisce introspezione e profondità, il giallo luce e slancio. La loro relazione stabilisce una dialettica fra ombra e rivelazione, fra ciò che rimane trattenuto e ciò che affiora.

Le linee nere, rapide ma consapevoli, introducono invece un principio d’ordine. Griglie, cerchi e diagonali tentano di arginare l’informe, senza tuttavia cancellarne la tensione. La carta diventa pelle, superficie sensibile che registra il passaggio del gesto. In questa trasposizione, il supporto cessa di essere un semplice involucro e si fa luogo di esperienza.

La stessa ricerca trova una particolare intensità nella recente Serie delle memorie (2024-2026), avviata dopo la morte del padre. Il lutto determina un’interruzione profonda del fare, una sospensione dalla quale il lavoro riparte come gesto di attraversamento e di ritorno alla materia. In opere come In memoria di te (2025, 70 × 100 cm), garza, colla acrilica, pittura acrilica, stucco, cementite e gesso costruiscono superfici dense, vulnerabili, prossime alla fisicità del corpo. Gli strati vengono sovrapposti, coperti, riparati: la pittura diventa così una pratica di resistenza e cura più che di rappresentazione. Non si tratta di illustrare il dolore, ma di renderne sensibile la frattura, facendone il punto da cui riprendere a produrre.

Lungo questo percorso si collocano la personale Vibrazioni, presentata nel 2018 al Teatro Romano di Benevento in occasione delle Giornate Europee del Patrimonio, e la più recente Quando Toccherà (?), allestita dal 1° al 30 settembre 2025 nel convento di Sant’Agostino di Benevento per le Giornate Nazionali del FAI. Accanto alle due mostre personali, Peluso ha preso parte a numerose esposizioni collettive in diverse città italiane, oltre a partecipare al gruppo Astrattismo totale e a realizzare il murales Stai fermo lì, dedicato al personale sanitario durante la pandemia. Una presenza espositiva articolata che restituisce la progressiva evoluzione di una ricerca orientata verso un’astrazione sensibile, fisica e dinamica.

A questa attività si aggiungono diversi riconoscimenti e partecipazioni nell’ambito di manifestazioni dedicate all’arte contemporanea, fra cui Stegarti, collegato allo Spoleto Art Festival e al Menotti Art Festival nel 2023-2024, Octale (quarantaperquarantaverso) presso l’Accademia di Belle Arti di Frosinone nel 2023 e la quarta edizione del Premio Raffaele Pezzuti per l’Arte – Napoli tra esotismo e fondamento europeo, nel 2022.

La carta che avvolgeva la bottiglia appartiene dunque alla stessa logica che attraversa l’intera produzione di Peluso: sottrarre la materia alla sua funzione ordinaria per restituirle una possibilità poetica. L’opera non rappresenta un soggetto riconoscibile, ma evoca una condizione; raccoglie frammenti, impulsi e pensieri in una sorta di autoritratto non figurativo. Il gesto, apparentemente occasionale, diventa allora una forma di conoscenza.

È in questo confine, sottile ma fertile, fra quotidiano e visione, fra materia povera e significato, che la ricerca di Francesco Peluso trova la propria necessità. Il suo intento non è raccontare la fine, ma cercare il bello proprio là dove sembra essersi smarrito: nel disordine, nella vulnerabilità, nella ferita del presente. E quella velina, nata per custodire un dono, finisce per custodire qualcosa di diverso: la traccia di un gesto che, per un istante, ha trasformato ciò che era destinato a essere scartato in esperienza estetica e memoria.