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MASSERIE E VITA CONTADINA. QUANDO LA MEMORIA DIVENTA PROGETTO

Nel saggio di Carmine Nardone per i tipi di Futuridea, la memoria rurale del Sannio e la storia delle sue masserie si trasformano da patrimonio nostalgia a modello di sviluppo sostenibile per il futuro delle aree interne.

Achille Mottola

Esistono libri che descrivono un territorio e opere che sembrano germogliare direttamente dalla sua terra. Masserie e vita contadina. La civiltà della terra contro l’oblio (Futuridea) appartiene a questa seconda categoria. Carmine Nardone non osserva il mondo rurale dalla distanza dell’erudito: ne conosce a fondo i linguaggi, le stagioni, le trasformazioni e i silenzi. La sua non è una nostalgica operazione di memoria, ma un’indagine rigorosa che usa il passato come chiave per decifrare il presente e riprogettare il futuro delle aree interne.

Presentato in numerosi comuni del Sannio – con una tappa domenica 9 agosto agli “Incontri d’Estate” di Terrazza Marzani di San Giorgio del Sannio -, il volume ha dato vita a un ricco dibattito tra testimonianze, dati storici e contributi di studiosi, amministratori e cittadini. Ogni incontro si è trasformato nell’occasione per ricomporre la memoria collettiva e interrogarsi sul destino di un patrimonio materiale e immateriale a rischio estinzione.

Le masserie, spiega Nardone, sono molto più che semplici architetture rurali: rappresentano una vera e propria forma di civiltà. Non solo grandi case coloniche, ma complessi organismi viventi in cui si intrecciavano lavoro, famiglia, solidarietà e produzione. Luoghi in cui il pane conservava il sapore del grano mietuto nei campi adiacenti, dove il sacrificio si traduceva in dignità e dove la terra non era una mera variabile economica, ma un patto etico tra generazioni.

La loro architettura rispondeva alle esigenze concrete della comunità. Molte di queste strutture, tuttavia, sono state devastate dal tempo, dall’abbandono e dai sismi. Se il terremoto del 1962 ne aveva già compromesso la tenuta, fu quello del 1980 a decretare la fine di centinaia di masserie. Al loro posto sono sorti spesso edifici anonimi e seriali, del tutto decontestualizzati: repliche prive d’anima che hanno spezzato il secolare dialogo tra architettura e paesaggio.

Il valore del libro risiede nello sguardo autentico dell’autore. Il legame di Carmine Nardone con la terra non nasce da una moda culturale o da un interesse accademico, ma fonda le radici nella sua stessa biografia. Un percorso maturato attraverso l’impegno politico e istituzionale, quando l’agricoltura era il perno dello sviluppo del Mezzogiorno, e alimentato da una costante ricerca personale. Non a caso, la sua recente iscrizione all’Ordine dei Dottori Agronomi e dei Dottori Forestali rappresenta il naturale approdo di una passione di vita posta al servizio della comunità.

La sua attenzione per il comparto agricolo si è sempre tradotta in azioni concrete. Emblematico è stato il sostegno garantito alle attività dei Monopoli di Stato e dell’Agenzia di San Giorgio del Sannio per la tabacchicoltura, un settore che per anni ha garantito il sostentamento di centinaia di famiglie sannite. È la testimonianza di una visione dell’agricoltura intesa come sistema economico, sociale e culturale, ben oltre la sola produzione. Una competenza riconosciuta anche a livello nazionale, dove il suo nome fu accostato in passato alla guida del Ministero dell’Agricoltura.

Questo saggio non è dunque un mero inventario o una raccolta di ricordi, ma una riflessione critica sulla perdita e sulla responsabilità. Ogni masseria che scompare trascina con sé non solo pietre e travi, ma un intero lessico, tecniche costruttive, modelli organizzativi e un’idea condivisa del tempo e della solidarietà.

La “civiltà della terra” non appartiene solo al passato: può offrire risposte concrete alle sfide di oggi, dalla tutela del paesaggio alla sostenibilità, fino al contrasto allo spopolamento delle aree interne. È questo il messaggio più autentico di Nardone: la memoria non è un rifugio, ma un cantiere per il domani. Le masserie non chiedono di essere compiante come reliquie, ma di essere comprese, recuperate e restituite alla vita.