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Antimafia, Scarpinato e la “razza padrona”

di Vincenzo D’Anna*

L’onorevole Sara Kelany (FdI), in un’inchiesta pubblicata su “Il Tempo”, ha sollevato interrogativi riguardanti il senatore ed ex magistrato Roberto Scarpinato, nello specifico sull’assenza di sue risposte in merito ad alcune questioni relative al suo passato e alla vendita di un immobile, si stima al doppio del prezzo di mercato, a un imprenditore, Salvatore Fauci, indicato come vicino a “Cosa Nostra”, pare inquisito dal magistrato. Scarpinato è l’ex castigamatti del pool antimafia di Palermo che, con i colleghi Ingroia e Natoli, dopo anni di indagini non sarebbero riusciti, secondo questa lettura, a cavare un ragno dal buco, guadagnandone però in notorietà ed integerrimità. Che il teorema Stato-mafia sia finito nel nulla, che il famoso “papiello”, documento che avrebbe descritto l’intesa tra Stato e Cosa Nostra, sia stato ritenuto un falso costruito ad arte attorno alla testimonianza di Massimo Ciancimino, e che l’ipotesi di collusione di Berlusconi con la mafia sia stata giudiziariamente smentita, lo si deve anche a questo tipo di giudici che, puntualmente, una volta dismessa la toga, sono poi entrati in politica. Scarpinato, grillino a tutto tondo come il suo amico di “merende” giudiziarie, Federico Cafiero De Raho, è stato anche protagonista di una vicenda controversa in commissione Antimafia, allorquando avrebbe concordato domande da fare (e relative risposte) con Gioacchino Natoli. Le intercettazioni tra i due riguarderebbero conversazioni captate nell’ambito di un’indagine della procura di Caltanissetta, focalizzate sui colloqui in vista delle audizioni in commissione e sul dossier mafia-appalti. Innanzitutto, davanti alla svolta impressa alle indagini sulla morte di Paolo Borsellino dalla procura di Caltanissetta, sul filone mafia-appalti, archiviato all’epoca della procura di Palermo guidata da Giuseppe Pignatone (anch’egli successivamente coinvolto nell’indagine riguardante la gestione di quel procedimento), Scarpinato avrebbe mostrato di aver perso l’acume e la grinta investigativa, sostituendoli con l’idea di dover offrire un benevolo aiuto all’ex collega Natoli. In parole povere, l’ex magistrato, oggi grillino, avrebbe concordato con quest’ultimo le domande che gli avrebbe posto in commissione Antimafia per alleggerirne il carico di sospetti. Il contenuto di quelle conversazioni è stato oggetto di discussione pubblica e di valutazioni nell’ambito delle indagini e dei lavori parlamentari. Tuttavia, si sa, il diavolo fa le pentole e non i coperchi e, mentre si chiarisce il contenuto delle intercettazioni tra i due magistrati, scoppia un altro fulmine a ciel sereno. È emerso, infatti, secondo quanto riportato nell’inchiesta citata, che Scarpinato avrebbe venduto, quando era ancora magistrato, un immobile a un prezzo ritenuto particolarmente elevato, si stima sia stato il doppio del prezzo di mercato, rispetto al suo valore, alla famiglia Fauci, indicata come vicina alla criminalità organizzata! Salvatore Fauci era stato indagato da Scarpinato, ma la sua posizione era stata archiviata, nonostante l’imprenditore fosse stato descritto dai carabinieri come vicino a “Cosa Nostra”. Chiariamo subito: i fatti saranno accertati da chi ha competenza a farlo e ci si augura che sia la procura nissena a farlo, e non quella di Palermo, per un’ovvia e legittima suspicione. C’è però da rilevare come la compravendita di immobili sembri essere una sorta di tallone d’Achille di alcuni inquirenti. Lo stesso procuratore Pignatone risulta infatti coinvolto in un’indagine relativa all’acquisto, a condizioni ritenute particolarmente favorevoli, di immobili da costruttori legati a determinati ambienti e, secondo le contestazioni investigative, collegati anche alla vicenda mafia-appalti. Il compito di trarre le conclusioni spetterà ai togati, come è ovvio che sia, secondo il principio giuridico della presunzione di innocenza. Tuttavia sorge imperativa una domanda: per questi soggetti vale il concorso esterno in associazione mafiosa? E, se dovesse essere questo il capo di imputazione, basterà la sola “messa a disposizione” di taluni soggetti mafiosi per condannarli? A Nicola Cosentino sono stati inflitti dieci anni di carcere per concorso esterno in associazione mafiosa, nell’ambito del processo sulle infiltrazioni del clan dei Casalesi nella società Eco4. La Cassazione ha confermato la condanna nel 2023. Nel caso Cosentino non sarebbe stata provata un’effettiva utilità scambiata con l’organizzazione mafiosa, e’ bastata la “ messa a disposizione” la semplice conoscenza. L’ex sottosegretario non ha comprato o venduto case, né avrebbe tratto o concesso utilità a un soggetto che all’epoca era un tecnico incaricato dai sindaci di dirigere il consorzio. Evidentemente, per i politici campani bastava la “messa a disposizione”; per quelli siciliani, magistrati compresi, occorrono, giustamente, le prove concrete dello scambio di utilità. È quanto e’ valso per Raffaele Lombardo, ex presidente della Regione Siciliana, assolto definitivamente dall’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa, la stessa di Nicola Cosentino, perché “il fatto non sussiste”. Perché allora Pignatone e Scarpinato non vengono rinviati a giudizio? La risposta è lapidaria: perché apparterrebbero a quella “razza padrona”, per dirla con Eugenio Scalfari e Giuseppe Turani, sopravvissuta in Italia: quella che indossa, oppure ha indossato una toga.

*già parlamentare