Press ESC to close

Incampo: «L’ora di Religione a scuola sia obbligatoria per tutti»

Si occupa da anni degli insegnanti di Religione Cattolica ed è tra gli esperti di legislazione scolastica più stimati in Italia. Ha scritto testi scolastici, è consulente del Sindacato Nazionale Autonomo dei Lavoratori Scolastici (SNALS) e dall’89 è responsabile dell’area IRC del sito CulturaCattolica.it, da cui risponde alle domande di migliaia di insegnanti. Nicola Incampo a Tempi rompe l’argine: «È arrivata l’ora di dare un segnale di discontinuità: la Religione Cattolica dev’essere una disciplina insegnata a tutti». Per il docente di Teorie della scuola presso l’Istituto Teologico di Basilicata «non è più possibile vedere ragazzi bighellonare fuori dall’aula quando in classe potrebbero crescere in cultura, responsabilità e vera libertà». Una presa di posizione su un tema considerato dalla sinistra intoccabile, ma che anche sulla scia del cosiddetto ddl “anti-maranza” è desinata a far rumore.

  1. Professor Incampo, perché afferma che l’insegnamento della Religione Cattolica a scuola dev’essere obbligatorio?

Basterebbe quanto accaduto giorni fa in un Museo di Pitigliano, in provincia di Grosseto, dove l’Assunzione della Vergine di Girolamo di Benvenuto era accompagnata da una targhetta in cui la traduzione era “Recruitment of Mary”, ovvero l’assunzione lavorativa della Madonna. Questo cartellino rimasto inosservato per 7 anni, che come titolato dalle agenzie di stampa indicava una Madonna “assunta” al lavoro, non è solo una svista linguistica, ma il sintomo plastico di un analfabetismo religioso che ci ha reso ciechi di fronte alla nostra stessa storia. In realtà c’è molto altro, come il fenomeno della devianza giovanile figlia dell’analfabetismo religioso.

  • I motivi per eliminare la facoltatività della disciplina sembrerebbero essere molteplici. Si può intravedere una priorità?

La questione culturale è cruciale, aver permesso che generazioni intere ignorino completamente il linguaggio religioso si è trasformata per loro in un’amputazione culturale irreversibile, che di fatto ha spesso trasformato secoli di arte, letteratura e politica in noiose astrusità. Eppure l’urgenza in questo momento è il vuoto educativo e valoriale, cercato e condotto con precisione chirurgica, che non di rado porta i nostri ragazzi alla devianza.

  • A suo avviso cosa servirebbe?

Un nuovo orizzonte, in cui l’adulto sia capace di offrire agli adolescenti codici di comportamento e ragioni per vivere. Mi viene in mente la lettera-appello, dal titolo “Chi ci educa al senso della vita?”, che alcuni liceali catanesi scrissero dopo aver assistito allo stadio agli scontri in cui perse la vita Filipo Raciti, giovane poliziotto e padre di due figli. Quella lettera rimane un faro per capire le vere e profonde esigenze dei ragazzi. Non a caso suscitò un dibattito nazionale.

  • In quell’occasione fu proprio un’insegnante di Religione, Graziella Biondi, a invitare i propri studenti a “sostenere” su ciò che avevano vissuto allo stadio.

Ricordo benissimo il lavoro della collega, ma ricordo anche, purtroppo, la risposta cinica della scuola che finì per rimproverare gli studenti, rei di chiedere una guida che li introducesse al senso della vita. Dobbiamo chiederci come siamo arrivati a questo grado di ipocrisia. L’ora di Religione, combattendo quel nichilismo che spesso trascina i ragazzi in un pericoloso isolamento, offre loro uno sguardo “più alto”, e quindi un rinnovato coraggio, passione, responsabilità, libertà. A guardar bene, poi, la storia italiana è impastata di una bellezza che educa. Penso a don Bosco, il cui celebre “sistema preventivo” mirava a formare “onesti cittadini” attraverso la ragione e l’amorevolezza, riuscendo addirittura a trasformare la marginalità in risorsa.

La premier ha pronunciato parole molto sagge. Non solo il provvedimento in questione è sacrosanto perché pensato per chi devasta e compie violenze pensando di essere “intoccabile”, ma da parte mia non ho potuto notare l’ennesimo paradosso: la soglia dei 14 anni, cioè la stessa età che il diritto considera adeguata per una scelta di coscienza delicatissima, quella di avvalersi o meno dell’ora di Religione, dall’opposizione viene giudicata “troppo acerba” quando si parla di responsabilità per condotte gravi.

  • Meloni ha parlato dell’importanza della prevenzione, perché con gli adolescenti non si può ragionare solo sul piano della repressione, ma ha anche aggiunto che «non c’è vera libertà senza responsabilità».

Vero. Ma a mia volta aggiungo che non può esserci né libertà né responsabilità se non si conoscono anche altre voci rispetto a quelle con cui il mainstream bombarda gli studenti. L’altra campana. Penso a questioni fondamentali quali il cambiamento di sesso (e qui mi chiedo se a scuola oltre ai registri alias si parli anche del terribile fenomeno dei detransitioner); il fine vita (e qui dubito che qualcuno azzardi a raccontare il mortifero nuovo corso sanitario legato al “best interest” del paziente); l’inizio della vita (e anche qui registro che sono pochissimi gli studenti che sanno che il cuore del bambino inizia a battere già al ventesimo giorno dal concepimento). Perfino i conflitti, a iniziare da quello palestinese, sono lasciati agli slogan di Tik Tok.

  • Sta dicendo che l’ora di Religione si potrebbe configurare anche come il naturale e legittimo completamento alle misure contenitive e sanzionatorie del Governo?

Certo, ci mettiamo perfettamente in scia col provvedimento. La legge punisce l’errore, ma l’educazione morale ne previene la genesi. Tra l’altro sarebbe un’operazione totalmente gratuita per lo Stato, non servirebbero stanziamenti: gli insegnanti di Religione Cattolica sono in classe, pronti a parlare a tutti del buono, del bello e del vero.

  • Le diranno in coro, però, che la proposta è inaccettabile perché l’Italia è un paese laico.

A parte che laico non significa né neutro né laicista, e a parte anche che la laicità è un frutto del cristianesimo, la verità è che si fa ancora finta di non capire. Non si tratta cioè di fare proselitismo o catechismo — distinzione che i docenti di Religione Cattolica hanno acquisito da decenni — ma di offrire a tutti, specie a chi arriva nel nostro Paese, la “geografia dell’anima” dell’Italia e dell’Europa. Aggiungo che mancando accordi istituzionali con altre confessioni, penso soprattutto all’Islam, l’IRC rimane l’unico vero ponte culturale per favorire una reale integrazione. Dobbiamo chiederci senza giri di parole come gli adolescenti possono amare l’Italia se non conoscono la storia cristiana che l’ha forgiata, il suo cuore pulsante.

  • Lei insiste sul fatto che chi riceverebbe più benefici dall’insegnamento della Religione Cattolica a scuola sono i ragazzi italiani di seconda generazione. Un ribaltamento dello status quo se si pensa che gli studenti islamici sono proprio coloro che oggi prima dell’ora di Religione escono dall’aula.

Al di là del fatto che al nord anche tanti ragazzi italiani scelgono di non avvalersi dell’ora di Religione facoltativa, salvo ammettere che lo fanno per entrare un’ora dopo o uscire un’ora prima. Rimane il fatto che l’ignoranza dei fondamenti cristiani, impedendo di decifrare il nostro patrimonio storico e artistico (Dante e Caravaggio per un pakistano o un bengalese che non si avvale dell’IRC rimarranno un mistero) porta a un senso di estraneità verso la società in cui si vive. Per i figli di chi ha scelto di vivere in Italia questo vuoto culturale può innescare processi di alienazione, di disadattamento, conflitti d’identità.

  1. L’ora di Religione può essere un deterrente anche per i fenomeni di radicalizzazione?

Ovvio. Se l’educazione religiosa ricevuta in famiglia è profondamente confliggente con i valori occidentali, e se la scuola non offre obbligatoriamente un “codice di cultura” condiviso, il giovane rischia di trovarsi in una società che percepisce come ostile. Questo è ciò che già vediamo sempre più spesso nella città italiane, ormai piene di ghetti etnici pronti a radicalizzarsi.

  1.  Concretamente in che modo presentare in classe figure cristiane agli adolescenti potrebbe aiutarli?

In mille modi! Massimiliano Kolbe ad Auschwitz scelse di assumersi la responsabilità della vita di un altro, un padre di famiglia, offrendo la propria; un gesto che è la dimostrazione pratica che “solo l’amore crea” e che il Vangelo vince la logica dell’odio. La “pedagogia dell’unità” di Chiara Lubich insegna a gettare ponti tra le persone e i popoli. Vivendo la malattia e la maternità come un dono, Chiara Corbella è un testimonial davvero unico e modernissimo riguardo alla preziosità della vita. Potrei continuare per molto…

  1.  Nel mondo cristiano modelli di giustizia con cui “nutrire” gli studenti italiani non mancherebbero di certo.

Nel quartiere di Brancaccio don Puglisi dimostrò come la formazione morale e religiosa sia l’unico vero antidoto alla criminalità. Lo stesso ha testimoniato la splendida figura di Rosario Livatino, il “Giudice ragazzino”, o il grande cuore di Salvo D’Acquisto, eroe e martire dell’Arma di quei Carabinieri che oggi purtroppo vengono presi a sassate. Perché privare i giovani della conoscenza di un loro coetaneo come Carlo Acutis, testimone del fatto che essere “fotocopie” non abbia nessun fascino rispetto al mantenersi originali? Stesso discorso per Pier Giorgio Frassati, che col suo motto “vivere e non vivacchiare” è un altro formidabile antidoto alla superficialità e all’omologazione.

  1.  La congiuntura politica per rendere l’ora di Religione Cattolica una disciplina “come le altre”, quindi non facoltativa, oggi sembrerebbe buona. È possibilista?

Il cristiano per natura celebra la speranza. Ovviamente ci vuole il coraggio della politica, che per Paolo VI è “la più alta forma di carità”. A guidare gli intenti dev’esserci la consapevolezza che rendere obbligatorio l’IRC non significa affatto restringere la libertà di pensiero ma ampliare la consapevolezza di tutti. In un momento storico altamente “infiammabile”, in cui la perdita di punti di riferimento porta a incrinare la tenuta sociale del Paese, restituire centralità alle radici culturali cristiane del Belpaese è un atto di grande responsabilità. È il modo più alto per dire a tutti i nostri ragazzi che non sono soli, ma che fanno parte di una comunità con una storia straordinaria, dei valori intramontabili e un futuro “buono” da percorrere insieme. Un giorno ci ringrazieranno.