
Bonito (AV)
Barbara Ciarcia
Quella di Crescenza Capozzi ( per scaramanzia non vuole assolutamente rivelare la sua età ), ultima operaia – contadina di Bonito per conto del ciabattino poi divenuto stilista, Salvatore Ferragamo, è una storia d’altri tempi dal retrogusto agrodolce. Una storia del secolo scorso, il secolo breve, nonostante la lunga narrazione di un riscatto sociale ed economico ante litteram in un angolo d’Irpinia dove l’emancipazione femminile era un tabù. E le donne erano relegate esclusivamente ai lavori domestici e agricoli: allevare figli e animali era l’unica prospettiva possibile per le giovani d’allora. E lo è stato pure per Crescenza fin quando non ha svoltato grazie alla sua abilità manuale di ‘ n’trezzatrice ( intrecciava la paglia e altri materiali con una strabiliante agilità digitale ); e solo così ha iniziato a guadagnare il suo primo salario da operaia pur non lavorando in una fabbrica, ma a casa, e la sua autonomia economica. La fabbrica appunto, era un miraggio nei primi anni del secondo dopoguerra, e per giunta in un territorio dell’entroterra meridionale a spiccata vocazione agricola e ancor più patriarcale. Eppure Crescenza Capozzi è riuscita a invertire la sua sorte, grazie al lavoro artigianale che le commissionava il suo compaesano Salvatore Ferragamo, e ad andare controcorrente senza fare chissà quale rivoluzione. Eppure la rivoluzione copernicana di Crescenza e di altre sue coetanee e compaesane ‘n’trezzatrici ha segnato un’epoca, e ha fatto e la fortuna di Ferragamo, il calzolaio che ha fatto le scarpe ai divi hollywoodiani, e quella delle povere fanciulle di Bonito che con quel salario sono riuscite a maritarsi e a tirare su una famiglia. “Per trent’anni ho lavorato per Salvatore – racconta la signora Capozzi, non ha mai smesso il piglio contadino – , e sono riuscita anche a mettere da parte bei risparmi per la mia famiglia. Chi ci pensava allora che sarebbe diventato famoso. Noi lavoravamo pure la notte per consegnare e ‘n’trezze, tipiche della nostra tradizione artigianale locale. Alle attrici piacevano tanto quelle decorazioni fatte a mano sui sandali”. Un vezzo per le star che ostentavano quei gioielli artigianali, un lavoro tradizionale per le contadine operaie di Bonito che riuscivano a comperare più di un tozzo di pane per sfamare le famiglie. Ne ha fatta di strada Crescenza, e oggi rimpiange quei giorni, quella stagione felice della sua lunga vita di donna che si è emancipata grazie a quel lavoro casalingo per conto di Salvatore Ferragamo. Dietro quelle collezioni calzaturiere estive c’era la mano di Crescenza, e quella di tante giovani contadine bonitesi che alternavano il duro lavoro nei campi a quello più raffinato e ricercato dell’artigianato locale. “Quando penso a quegli anni mi viene da piangere – esclama in dialetto Crescenza Capozzi -. Sembra ieri, invece, è una vita fa. Quante cose sono cambiate, però conservo sempre un bel ricordo di quel periodo lavorativo: non era affatto pesante. Era tutto così semplice e piacevole”. I tempi sono poi cambiati, e pure le mode ai piedi delle dive e delle nobildonne calzate da Salvatore Ferragamo. Le famose ‘n’trezze di Bonito sono tramontate. E con loro anche il lavoro artigianale di Crescenza e delle ragazze come lei che passavano le ore a intrecciare piccoli capolavori calzaturieri per Salvatore Ferragamo, l’artefice della loro emancipazione sociale.










