
Dopo la guerriglia di Bologna, in quella città si è svolta una nuova manifestazione, mentre all’incauto sindaco piddino della città felsinea è stata assegnata una scorta. Contemporaneamente, in Val di Susa, migliaia di antagonisti e anarchici provenienti da tutta Europa, perfettamente organizzati e attrezzati, hanno provocato danni milionari e ferito decine di poliziotti per determinare un ulteriore blocco al progetto ferroviario Torino-Lione. I due eventi sono di diversa matrice politica e sociale: quello emiliano nasce dagli extracomunitari di prima o seconda generazione, regolari oppure clandestini, che si sentono ormai in diritto di fare come pare loro, integrati dai contestatori pro Pal, a loro volta sostenuti dalla sinistra antagonista e da quella parlamentare. Osannati e sostenuti dai giornali collegati a quel mondo e da una parte della magistratura militante e politicamente schierata, che ha fatto di tutto per scongiurare l’applicazione delle leggi adottate dal governo per arginare il fenomeno della migrazione clandestina. Quella in Piemonte è invece di origine extraparlamentare, anarchica ed eversiva, sia italiana sia europea, e contesta ogni fenomeno socioeconomico per rincorrere la moderna utopia di un mondo privo di ogni inquinamento ambientale e del progresso industriale e tecnologico che, a loro dire, lo presuppone. Ma, per quanto diversa sia l’originaria matrice, entrambi gli eventi sono parte di quella cultura woke, originata dal disvalore attribuito alla civiltà occidentale, oltre che dalle teorie di una felice decrescita economica e più in generale di tutto quanto sia frutto del regime capitalistico. Insomma, per definirla nel suo complesso, si tratta di una nuova Weltanschauung (visione del mondo e della vita), costruita su posizioni radicali che, spesso sommandosi tra di loro, mendaci e pretestuose, risultano ormai immarcescibili. Per come stanno le cose, esse sono inconciliabili con i valori costitutivi dello Stato di diritto e della democrazia, della libertà responsabile, dei doveri civici, di un modello socioeconomico costruito sulla libertà d’impresa, sulla proprietà, sulla tolleranza, sui quali si fonda e si mantiene la pace sociale. Senza girarci troppo intorno, le democrazie occidentali si trovano innanzi a un bivio, a un’alternativa che non consente più una mediazione durevole che non e’ comparibile col multiculturalismo di lorsignori. Siamo da anni immobili al crocevia delle speranze e delle attese, confidando che si trattasse soltanto di una moda, di un passaggio epocale e culturale caratteristico del nuovo millennio. Tuttavia le cose si trascinano da tempo e lo scontro diventa sempre più radicale e violento. Un’antitesi perpetua tra coloro che vogliono coltivare i propri originati valori, i princìpii che orientano una tradizionale visione del mondo e quelli che vogliono sovvertirla. Questo radicalismo si riverbera anche sul piano politico con l’insorgere dell’incapacità di trovare una sintesi tra chi governa e chi invece è risultato minoranza che non dovrebbe essere sempre e comunque contro chiunque. Insomma, che il Paese possa andare in malora non conta dinanzi agli odi viscerali e alla sfrenata lotta per il potere, costi quel che costi. Se questo è il contesto generale, lo stato dell’arte, non possono che sorgere all’orizzonte i populisti e i qualunquisti, quelli che hanno sempre una risposta semplice dinanzi a ogni domanda complessa e che diventano punti di riferimento per gente impaurita, disorientata e spesso esasperata, quindi sempre alla ricerca dell’uomo forte e risoluto cui affidarsi. Sul versante opposto, quello della Sinistra , il più grande partito di opposizione, il Pd, va ormai a traino delle tesi grilline e del vetero marxismo dei Dioscuri Bonelli e Fratoianni, strizza l’occhio sia ai magistrati politicizzati sia ai movimenti di piazza ed a chiunque agiti la bandiera di un moralismo manicheo e farlocco. Insomma, lo scontro sta diventando aspro e privo di limiti, esorbita le istituzioni. La forza elettorali di Destra e Sinistra si equivalgono ed all’orizzonte compare lo spettro di un governo tecnico. A far pendere la bilancia elettorale in un verso oppure nell’altro saranno le tifoserie e l’elettorato più estremo della destra e della sinistra e corriamo il rischio, quello vero, di andare in stallo. Potremmo ritrovarci nella stessa situazione in cui versava la Francia nel 1958, quando la Quarta Repubblica, incapace di dotarsi di un governo stabile e travolta dalla crisi della guerra d’Algeria, vide i gollisti chiedere e ottenere il ritorno in politica del generale De Gaulle. Da quella crisi nacque la cosiddetta Quinta Repubblica. Da queste parti uomini della statura e della autorevolezza del generale transalpino non se ne vedono: a destra ci si dovrebbe accontentare della novità del generale Vannacci, a sinistra dei movimenti di piazza e di qualche nuova icona che sorga dalla consultazioni pre elettorali, le cosiddette primarie. Insomma, fossi in Giorgia Meloni, mi affiderei piuttosto alla proposta di una Terza Repubblica: fare una legge elettorale adeguata, maggioritaria, rilanciare il ruolo dei partiti politici come enti di diritto pubblico, controllati da un Autority che controlli e restituisca ai medesimi trasparenza e democrazia interna, ossia credibilità presso l’opinione pubblica, rendendoli capaci di essere attrattivi per i cittadini e di poter selezionare e formare, al loro interno, un avveduta classe dirigente. Una stagione di vero riformismo condiviso con tutte le forze politiche disponibili, una rivoluzione copernicana ponendo sul Colle del Quirinale una personalità super partes autorevole e credibile. In fondo, conviene a tutti che sia meglio copiare De Gaulle che pendere dalle labbra di un Vannacci!
*già parlamentare






