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Francesco Vizioli, il magistero della misura

Un ricordo del Maestro Francesco Vizioli, musicista napoletano spentosi a Roma: il profilo artistico e umano di un protagonista della musica e della didattica italiana, guidato da una rara combinazione di rigore, eleganza e profondo senso di responsabilità.

Achille Mottola

La musica ha rappresentato, lungo il mio percorso, molto più di un ambito di impegno o di un interesse culturale: è stata un luogo privilegiato di formazione, un esercizio continuo di conoscenza e una chiave di lettura della realtà. Attraverso di essa ho avuto la possibilità di frequentare un mondo nel quale il rigore dello studio si intreccia con la sensibilità artistica, il sapere con l’esperienza, la tradizione con la responsabilità della sua trasmissione. È stato un privilegio poter lavorare a stretto contatto con autorevoli esponenti del mondo accademico, direttori d’orchestra, compositori, musicologi, interpreti di altissimo profilo e giovani talenti destinati a raccoglierne il testimone. Da ciascuno di questi incontri ho tratto qualcosa: una riflessione, un insegnamento o una diversa prospettiva sul valore stesso della cultura musicale e sul ruolo che essa continua a svolgere nella costruzione della persona e della comunità.

Tra le figure che hanno segnato questo cammino, il Maestro Francesco Vizioli, che ci ha lasciati in queste ore, occupa un posto del tutto particolare. Non soltanto per il prestigio del suo profilo artistico e accademico, ma per quella rara combinazione di autorevolezza, misura e profondità umana che rende alcuni incontri destinati a trasformarsi, nel tempo, in autentici punti di riferimento.

Docente di Direzione d’Orchestra presso il Conservatorio San Pietro a Majella di Napoli fino al 2021, Vizioli apparteneva a quella rara schiera di musicisti per i quali l’autorevolezza non era mai il frutto dell’ostentazione, bensì la naturale conseguenza di una profonda cultura, di una disciplina interiore e di una raffinata eleganza del pensiero.

Il nostro primo incontro avvenne mentre ero impegnato in una ricerca dedicata al compositore sannita Nicola Sala, periodo nel quale mi accingevo a conferire un nome al Conservatorio di Benevento, istituzione che avevo da poco l’onore di presiedere e che, fino ad allora, era rimasta singolarmente sine nomine. Ci trovavamo nella Biblioteca del Conservatorio San Pietro a Majella, autentico santuario della memoria musicale italiana, e stavamo sfogliando un manoscritto autografo di Sala per individuarne la firma, quando un uomo dalla postura composta, dall’eleganza sobria e dall’inconfondibile autorevolezza si avvicinò al tavolo. Si soffermò sulla partitura, ne colse immediatamente l’interesse musicologico e ne commentò con discrezione alcuni aspetti. Era Francesco Vizioli. Ci presentammo e da quel momento non ci siamo più persi di vista.

Ebbi il piacere di ritrovarlo qualche anno dopo, quando fui chiamato a guidare proprio lo storico Conservatorio napoletano. Fu tra i primi a darmi il benvenuto: un gesto semplice, ma rivelatore della sua naturale inclinazione all’accoglienza. In lui convivevano con rara armonia il rigore del maestro, la signorilità dell’uomo e una sincera disponibilità al dialogo, soprattutto con gli studenti, ai quali dedicava tempo, ascolto e attenzione, senza mai indulgere in paternalismi o formalismi.

La sua formazione racconta molto della sua statura artistica. Dopo gli studi a Roma, culminati nei diplomi in Pianoforte, Composizione e Direzione di Coro, completò a Napoli il percorso in Direzione d’Orchestra sotto la guida di Franco Caracciolo. Ma fu l’incontro con Sergiu Celibidache, nei corsi di perfezionamento di Treviri, a lasciare un’impronta particolarmente significativa sulla sua concezione della musica. Del grande direttore rumeno assimilò il culto dell’ascolto, la ricerca della profondità sonora e quella visione della direzione come esperienza conoscitiva prima ancora che gesto tecnico. A questa straordinaria esperienza si affiancarono gli studi con Franco Ferrara a Venezia e con Norbert Balatsch all’Accademia Nazionale di Santa Cecilia, completando un itinerario formativo tra i più autorevoli della scuola direttoriale europea.

Non sorprende, dunque, che il suo percorso professionale si sia sviluppato all’insegna di un costante equilibrio tra attività artistica e impegno didattico. Vincitore nel 1982 del Laboratorio Lirico di Alessandria (ex aequo con Daniele Gatti), debuttò due anni dopo con l’Orchestra Scarlatti della RAI di Napoli, avviando una carriera che lo avrebbe visto dirigere le principali istituzioni sinfoniche italiane, dalle orchestre ICO agli enti lirici, ricoprendo anche gli incarichi di direttore musicale delle orchestre sinfoniche di Lecce e Salerno e dell’Orchestra “Goffredo Petrassi”. Parallelamente sviluppò una preziosa attività di ricerca e valorizzazione del patrimonio musicale italiano — collaborando con la casa editrice Sonzogno alla revisione critica delle opere sinfoniche di Saverio Mercadante — e coltivò con convinzione la divulgazione musicale attraverso conferenze, lezioni-concerto, pubblicazioni e originali progetti televisivi, nella consapevolezza che la cultura musicale dovesse sapersi aprire a pubblici sempre più ampi.

La docenza fu, tuttavia, il luogo privilegiato del suo magistero. Per oltre vent’anni formò generazioni di direttori d’orchestra, trasmettendo non soltanto competenze tecniche, ma un’etica della musica fondata sul rispetto del testo, sulla responsabilità dell’interpretazione e sul valore dell’ascolto reciproco. Persino l’Università Federico II gli affidò un ciclo di lezioni dedicate alla leadership, riconoscendo nella direzione d’orchestra un modello esemplare di governo delle relazioni umane prima ancora che delle dinamiche artistiche.

Ho continuato a seguirlo anche dopo il suo pensionamento. La cosiddetta quiescenza, nel suo caso, è stata soltanto una formula amministrativa. La sua presenza è rimasta costante, soprattutto alla guida dell’Orchestra Sinfonica dei Licei Musicali della Campania, alla quale si è dedicato con generosità e instancabile passione. Anche quando la malattia ne minava progressivamente le forze, il suo impegno non è mai venuto meno: i giovani hanno continuato a rappresentare la ragione più autentica del suo lavoro e la musica, in particolare il grande repertorio sinfonico, è rimasta il suo orizzonte quotidiano.

Ne ebbi un’ultima, intensa conferma il 27 aprile scorso, al Teatro Comunale “Vittorio Emanuele” di Benevento. Prima del concerto, il Maestro Vizioli illustrò il programma con la chiarezza analitica e la profondità interpretativa che gli erano proprie. Non si limitò a presentare le opere: ne svelò l’architettura, il linguaggio, la trama dei rapporti stilistici, offrendo al pubblico una vera lezione di ascolto. Anche in quella circostanza, segnata dalla fatica fisica ma illuminata dalla lucidità intellettuale, dimostrò come il sapere musicale potesse diventare testimonianza civile, esempio morale e atto di generosa condivisione.

Di Francesco Vizioli resteranno certamente le esecuzioni, gli allievi, gli studi e le partiture che ha contribuito a restituire alla comunità musicale. Ma, per quanti hanno avuto la fortuna di conoscerlo, resterà soprattutto il ricordo di un uomo che aveva fatto della misura una forma di intelligenza, dell’eleganza un modo di abitare il mondo e della musica non una semplice professione, ma una responsabilità. Una lezione che continuerà ben oltre il silenzio lasciato dalla sua scomparsa.