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Caos e violenza a Bologna, un sindaco nei panni di Robespierre

di Vincenzo D’Anna*

Una volta Bologna era chiamata “la dotta” per l’eccellenza della sua antichissima Università; in seguito divenne “la rossa”, per il consenso elettorale che il partito comunista italiano vi ha raccolto per decenni, governando stabilmente la città. Più in generale, l’Emilia-Romagna è stata terra di forti passioni politiche e di aspri scontri tra marxisti, cattolici e laici anticomunisti, raccontati magistralmente da Giovanni Guareschi attraverso i personaggi di Don Camillo e Peppone. Dietro quella narrazione bonaria, tuttavia, vi è una storia ben più dura, segnata dai sanguinosi regolamenti di conti del dopoguerra e, molti anni dopo, dalla strage neofascista del 2 agosto 1980 alla stazione di Bologna. Ma veniamo ai fatti di questi giorni. La guerriglia urbana che la sera del 21 luglio ha sconvolto le strade di Bologna è esplosa dopo la morte del quarantaduenne Abderrahim Fakir, uomo di origine marocchina residente da molti anni nel Bolognese, giunto in Italia da bambino, avvenuta durante un intervento della polizia nel quartiere Pilastro. Prima ancora di conoscere con precisione la dinamica dei fatti, Fakir è stato trasformato da alcuni in un simbolo della presunta violenza poliziesca e della xenofobia. Su questa linea si è mosso anche il sindaco Matteo Lepore (Pd), che ha promosso un “presidio pacifico” in piazza del Nettuno per chiedere verità e giustizia. Quella iniziativa si è trasformata nella scintilla che ha acceso gli scontri, culminati con devastazioni e il ferimento di numerosi appartenenti alle forze dell’ordine. L’origine di quanto accaduto risiede, ancora una volta, nel riflesso ideologico di una parte della sinistra che, per pregiudizio, tende a ritenere automaticamente colpevoli gli uomini in divisa e vittime coloro che appartengono al mondo dell’immigrazione. Un atteggiamento che, per metodo, finisce per assomigliare specularmente a quello della destra più xenofoba: stesso pregiudizio, segno opposto. Eppure, prima di trasformare Fakir in un martire della presunta violenza poliziesca, sarebbe stato opportuno attendere l’accertamento dei fatti e ricordare il contesto nel quale è maturato l’intervento delle forze dell’ordine. Quel giorno gli agenti erano stati chiamati dai cittadini del quartiere Pilastro dopo che l’uomo aveva dato in escandescenze, minacciando alcune persone e colpendo alcune strutture della zona. Nel corso dell’intervento per bloccarlo e riportarlo alla calma, Fakir è deceduto: una vicenda sulla quale saranno gli accertamenti della magistratura e gli esami medico-legali a stabilire eventuali responsabilità. Occorre tuttavia ricordare che negli anni precedenti, l’uomo era stato coinvolto in un’inchiesta della Direzione distrettuale antimafia di Bologna per traffico di droga; nel 2012 aveva riportato una condanna definitiva a un anno e undici mesi per spaccio in concorso ed era stato sottoposto a trattamento psichiatrico per gravi alterazioni del comportamento. Chiariamolo subito: nessuna morte è giusta e nessun appartenente alle forze dell’ordine gode di un salvacondotto rispetto ad eventuali responsabilità. Se qualcuno ha sbagliato, dovrà risponderne. Tuttavia, processare gli agenti solo in quanto tali, così come difendere un extracomunitario solo perché extracomunitario, rappresenta la stessa deriva ideologica: un pregiudizio che genera altra violenza. C’è chi ricorda che anche gli italiani furono un popolo di emigranti. È vero. Ma quegli emigranti cercavano lavoro e rispettavano, nella grande maggioranza dei casi, le regole dei Paesi che li accoglievano. Oggi una parte dei migranti presenti in Italia beneficia di sussidi, assistenza e tutele indipendentemente dal rispetto delle regole. È questo solidarismo senza condizioni a indignare molti cittadini italiani, soprattutto quando finisce per tutelare anche chi sfrutta il sistema senza contribuire alla comunità. Il principio dovrebbe essere semplice: l’accoglienza deve andare di pari passo con il rispetto delle leggi. Se il sindaco di Bologna sceglie di indossare i panni di Maximilien Robespierre e immagina di espugnare la Bastiglia della discriminazione razziale, sappia che al popolo non mancano né il pane né le brioche. Che accendere la piazza, é risultato non soltanto ridicolo, ma soprattutto pericoloso.

*già parlamentare