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Ulisse e il politicamente corretto

di Vincenzo D’Anna*

Le prime strofe dei due più celebri poemi di Omero, il mitico poeta dell’antica Grecia, l’Iliade e l’Odissea, erano note agli studenti italiani di un tempo come le strofe dell’Ave Maria. La traduzione di Vincenzo Monti per l’Iliade (“Cantami, o Diva, del Pelide Achille l’ira funesta…”) e quella di Ippolito Pindemonte per l’Odissea (“Narrami, o Musa, dell’uomo dal multiforme ingegno, che tanto vagò, dopo la distruzione di Troia…”) sono rimaste impresse nella mente di intere generazioni: opere considerate basilari, prodromi indispensabili per ulteriori studi. Parliamo, ovviamente, della scuola italiana di un tempo, quando la sua missione era inculcare la conoscenza, fornire le basi dell’istruzione a chiunque avesse volontà e talento per apprendere. La distruzione di quel modello scolastico, l’abbandono della didattica in favore della sociologia dell’accoglienza, la sostituzione del merito con un’idea di uguaglianza forzosa hanno sostanzialmente consegnato all’oblio la missione e lo scopo della scuola, nella quale si sono infoltiti numericamente i ranghi dei docenti senza badare alla loro qualità. Un fattore determinante, quello appena descritto, per la decadenza culturale che caratterizza il terzo millennio e che ha consentito di radicare nell’opinione pubblica l’idea che la tecnologia e i suoi strumenti possano sostanzialmente esimere le persone dal dover conoscere ed erudirsi. Ma c’è qualcosa di ancora più pernicioso: la diffusa presunzione che anima ormai chiunque smanetti sulla tastiera di un computer e attinga epidermicamente dai social qualche lettura fugace, sentendosi così in grado di far coincidere la propria visione del mondo con quel poco che ha compreso e conosciuto dello stesso. Tutto viene passato al vaglio di questa massa di persone e rielaborato sulla base di conoscenze precarie, fino a sostituire persino i giudizi degli studiosi. E, a quanto pare, a questa revisione critica non sfugge nulla. Il nuovo glossario del politicamente corretto, l’adesione alle mode del momento, la catalogazione nel novero della modernità sono diventati i criteri utilizzati dagli occhiuti censori contemporanei. Non si salva neanche Omero, né il suo Ulisse. Nella recente trasposizione cinematografica “The Odyssey”, del regista americano Christopher Nolan, pare che la narrazione non sia rispettosa della sensibilità woke e violi il linguaggio politicamente corretto, perché a ben vedere tutte le donne protagoniste dell’opera sono discriminate e neglette, per l’eroe omerico che le seduce, utilizza e poi abbandona al loro destino. Insomma, il buon Odisseo, sarebbe un maschilista ante litteram, sebbene siano trascorsi circa 2.800 anni dalla narrazione originaria e si siano susseguite mode, costumi ed intere civiltà ! Parliamoci chiaro. I giudizi sull’uomo dal multiforme ingegno, che peregrina per dieci anni nel Mediterraneo anche come conseguenza della hybris (l’arroganza e la superbia) che lo rende inviso agli dèi, non sono mai stati uniformi. Ma sono sempre giunti, nei secoli, dalla valutazione di illustri personalità della letteratura, della filosofia e della storia, non certo dal primo influencer di turno, né quella figura soggiace alla descrizione del regista di turno. Per Aristotele Ulisse è l’uomo dal multiforme ingegno, colui che usa la ragione e non la forza bruta. Per Platone il giudizio è più critico: Ulisse è abile con le parole, scaltro e moralmente ambiguo. Per gli antichi Romani, gente pratica, è colui che convince, negozia, governa. E così via nel tempo fino al moderno Ulisse del romanzo di James Joyce, che cancella l’aura dell’eroe per descriverlo come un essere umano alle prese con il proprio destino, contro le forze avverse della natura. Qualunque sia il giudizio, nessuno si è mai azzardato a comparare la storia del re di Itaca con la cultura e la mentalità corrente, facendone un paradigma dissonante rispetto al modo di pensare dell’epoca contemporanea. Solo un contesto sostanzialmente di incolti e presuntuosi poteva azzardare giudizi così distanti e dissacranti nei confronti dell’opera omerica. La riduzione cinematografica può piacere o meno, ma pretendere di giudicare un’opera che ha quasi tremila anni, figlia di quella cultura, di quella concezione della vita e del mondo, con il metro dell’oggi è di per sé un esempio della grande approssimazione e dell’incultura di coloro che pretendono di governare l’odierno dibattito. La pochezza del tentativo di ergersi a giudici di un’opera che ha attraversato i secoli, ispirato leggende, costituito il dagherrotipo dell’eroismo, della voglia di esplorare e conoscere ciò che è ignoto, nulla toglie a Ulisse ed a Omero. Al contrario, la critica aiuta a comprendere chi siano e quanto poco valgano i moderni titolari del pensiero dominante, del main stream, coloro che distribuiscono le patenti di emancipazione, e quanto farlocca sia la loro cultura. Se tale è lo spessore di questi maîtres à penser, si comprende quanto fragile possa essere la loro filosofia e quanto dannoso risulti far crescere una generazione affidata a simili luminari. Per questa gente, per espugnare questa moderna Troia, Ulisse avrebbe preparato un Asino di legno non un Cavallo.

*già parlamentare