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Mastella, il coraggio di piangere

di Vincenzo D’Anna*

Fu Sandro Pertini, presidente della Repubblica socialista, che, ancorché avanti con l’età, seppe imprimere al proprio mandato sul Colle energia e autorevolezza, ad affermare che “solo gli uomini forti sanno piangere”. Ed aveva ben ragione quell’uomo, amato da tutti gli italiani, di ogni estrazione sociale e credo politico, che aveva patito il carcere fascista e combattuto, tra le fila partigiane, la guerra civile che chiamiamo Resistenza. E le lacrime di Clemente Mastella che, innanzi al pubblico dei fedeli accorsi per celebrare la Madonna delle Grazie, patrona del Sannio, ha confessato di essere affetto da un tumore e, versando commosso calde lacrime, si è rivolto ed affidato alla Santa Vergine, hanno riscosso gli applausi di apprezzamento e di umana solidarietà da parte dei molti presenti. Il gesto di Clemente, come lo chiamano tutti quelli che lo conoscono, non ha avuto nulla in comune con la tradizione anglosassone che impone agli uomini pubblici di informare gli elettori del proprio stato di salute; niente a che vedere con una prassi di doverosa trasparenza cui sono soggette le personalità politiche. Il gesto del sindaco di Benevento non appartiene a quella consuetudine, ma scaturisce dalla sapientia cordis, dall’anima di un credente, di un cattolico impegnato in politica che, come tale, non ha mai trascurato l’ispirazione religiosa né la cultura che nasce dalla fede e dal servizio che il credente deve alla collettività: un sentimento nel quale si è formato fin dai tempi in cui militava, come ben ricordo, nei gruppi giovanili della Democrazia cristiana. Insomma, è emersa la fede e la speranza che chi crede ripone nella divina provvidenza, più che il dovere di trasparenza del politico. Un moto di umanità che ha messo in secondo piano il politico navigato di molte stagioni, per far emergere un’essenza personale, autentica e sincera. Gli applausi ricevuti sono la conseguenza di ciò che la gente comune, i fedeli convenuti, hanno colto ed apprezzato: il segno di una solidarietà rivolta all’uomo, non al politico oppure al potente. Simpatia e compassione sono sinonimi: la prima ha etimologia greca, la seconda latina, ma entrambe esprimono il medesimo significato, quello di “condividere la passione”, essere partecipi di un ideale, di un valore, di un comune sentire che ci rende vicini agli altri quando siamo afflitti perché investiti da un’avversa sorte. Per i politici la simpatia è molto difficile da conquistare, tantomeno la compassione. Per essi vale l’avara misura del giudizio prevenuto, del luogo comune e del “sentito dire”. Tali e tanti sono i pregiudizi e gli stereotipi negativi sul conto di quella categoria di persone; una vulgata accentuatasi con l’avvento dei social e con la possibilità che ciascuno possa intervenire, impunemente e spesso malevolmente, in qualsivoglia discussione, ancorché a digiuno di argomentazioni, cultura ed esperienza sull’argomento, oppure il fatto su cui presuntuosamente discetta. Che i social siano diventati uno sfogatoio, un vomitorium, una cloaca maxima che raccoglie il peggio di ciò che c’è in giro, è cosa risaputa e che ha trovato puntuale conferma nella recente tragedia familiare che ha colpito il ministro della Famiglia, Eugenia Maria Roccella. Il marito della ministra, Luigi Cavallari, è annegato nel lago di Vico, presso Viterbo, dopo un tuffo in acqua, sparendo tra i flutti sotto gli occhi della moglie. Le ricerche dei vigili del fuoco e dei sommozzatori sono proseguite senza sosta, rese particolarmente difficili dal fondale fangoso dello specchio d’acqua. Un intervento doveroso da parte delle istituzioni preposte, come avviene in centinaia di analoghe tragedie che colpiscono comuni cittadini. E tuttavia la veste di politico e di ministro della moglie dello scomparso ha scatenato un’immonda e vergognosa campagna denigratoria, con accuse di favoritismo nei confronti della famiglia Roccella, “beneficiata” – secondo gli odiatori della rete – da un rapido e articolato intervento delle squadre di soccorso. Insomma, chi serve la collettività, eletto da quello stesso popolo al quale comunque appartiene anche quella specie subumana che specula e offende sui social, non trova facilmente né simpatia né compassione. Troppe menzogne, troppo fango sono stati gratuitamente riversati dai grillini contro il ceto politico e troppo spesso la stampa codina e partigiana ha tenuto loro bordone. Come sia andata a finire l’epopea dei moralizzatori e degli “onesti” è sotto gli occhi di tutti; e, malgrado questo, resta esuberante il tratto distintivo del rancore e dell’odio sociale in buona parte degli italiani. È partendo da questo dato che la vicenda di Clemente Mastella assume una peculiare e positiva eccezione e va dato atto a quel politico che, probabilmente, si è fatto voler bene, dopotutto. Uno dei crucci più amari di Clemente, rivelato in un’intervista alla stampa, è la paura “di morire solo” e di morire presto. Umano e comprensibile, oltre che imponderabile. Ma lo scafato politico, stavolta, si sbaglia. Tutti muoiono, comunque, da soli, e prima o poi; nel suo caso, però, non sarà né presto né da solo, perché, come scrive Antonio Fogazzaro, niente se ne va, niente è mai veramente perduto: tutto resta nella memoria del cuore. Le opere restano insieme allo slancio in soccorso del prossimo. Quindi si può dire che la gente gli vuole bene, perché anche del bene ne ha fatto Mastella. Noi tutti confidiamo nella Madonna e credo che questo lo rassereni.

*già parlamentare