
di Vincenzo D’Anna*
C’è una bellissima canzone di Paolo Conte, dal titolo “Sud America” che, al ritmo di una beguine, così recita: “Campa decentemente e intanto spera di essere prossimamente milionario, l’uomo che è venuto da lontano ha la genialità di uno Schiaffino (il famoso calciatore) ma religiosamente tocca il pane e guarda le sue stelle uruguaiane. Ah, Sudamerica, Sudamerica, Sudamerica”. Uno spaccato allegorico di quella che, nel secolo scorso, era la rappresentazione caratteristica della figura, dell’indole e della vocazione dei latinos. Nazioni come Argentina, Venezuela, Uruguay e Brasile, nell’immaginario collettivo degli europei, rappresentavano luoghi esotici, ricchi di materie prime, floridi nei commerci, accoglienti per milioni di immigrati. Certo, la parte meridionale di quel continente era cosa ben diversa da quella settentrionale. Tuttavia il clima, l’indole della popolazione, le ricchezze, le bellezze naturali, la vastità dei territori e le opportunità di poter intraprendere agevolmente erano attrattive per tanti nostri connazionali. In quelle terre lo svago e la buona vita valevano quanto il lavoro sul piano sociale. Niente a che vedere con la frenesia dell’industria statunitense, l’ossessione della produttività, l’accumulazione del denaro, tratti distintivi del più freddo ed industrializzato Nord. Un calciatore, un cantante, un ballerino, un poeta ed un artista erano figure popolari: icone viventi per genti che sapevano vivere quando potevano. La fertilità del suolo, i frutti, i grandi allevamenti di bestiame, le miniere, il petrolio, i metalli rari e preziosi fungevano da garanzia di benessere. Quei Paesi venivano amministrati con la manica larga di un’allegra finanza, di un pauperismo demagogico, di un solidarismo nazional-popolare dedicato alle classi più indigenti. E tuttavia il divario tra ricchi e poveri rimaneva molto marcato ed il socialismo, nelle sue diverse denominazioni, fu sempre più attrattivo dell’algida e razionale dottrina del capitalismo. In Argentina lo Stato onnipotente assunse le sembianze del movimento peronista; in Brasile, ove già nel lontano 1922 era stato fondato il partito comunista, prosperò la cosiddetta teologia della liberazione postulata da dom Helder Camara, arcivescovo di Recife, che sdoganò una visione della missione ecclesiastica di stampo catto-comunista. In Nicaragua si affermarono i preti rivoluzionari sandinisti. Nel Cile il socialismo di Salvador Allende prese il posto della Democrazia Cristiana di Eduardo Frei, in Venezuela assunse il potere il regime marxista di Hugo Chávez e di Nicolás Maduro, che ridusse la nazione in braghe di tela. Più in generale i movimenti rivoluzionari sorsero un po’ ovunque e non mancarono i colpi di Stato delle destre reazionarie, riflesso socio-politico di una situazione di lotta sociale estrema, delle nazionalizzazioni dei beni e delle aziende, degli scioperi ad oltranza che mettevano in ginocchio la libera impresa e paralizzavano lo sviluppo economico. Insomma, in quell’angolo di mondo la lotta tra i blocchi social fu anche violenta e repressiva in entrambi i versanti ideologici. Dopo l’ubriacatura socialista molte nazioni latino-americane finirono dissanguate dal debito statale al punto tale che fame e povertà divennero consuetudine ancor più diffusa. In queste situazioni solo l’adozione di politiche liberal-liberiste potevano far uscire le istituzioni statali dal fallimento. Pur tra mille perplessità, critiche acrimoniose, allarmi democratici, manifestati dalle consorterie della sinistra, dagli adoratori di Marx, si resero necessarie stringenti politiche di risanamento economico. E fu così che con l’economista liberale Javier Milei l’Argentina cominciò a ridurre il debito statale, a sconfiggere la mostruosa svalutazione che toccava il 230%, riaccreditare i propri titoli di Stato segnalati dalle agenzie di rating come carta straccia. Lo stesso fece Jair Bolsonaro in Brasile, dopo i disastri dell’economista socialista di Dilma Vana Rousseff e prima di lei del sindacalista Luiz Inácio Lula. Oggi è toccato alla Colombia riaversi da precedenti esperienze populiste: alle politiche ha trionfato infatti l’esponente della destra radicale Abelardo de la Espriella, che ha sconfitto il candidato della sinistra Iván Cepeda. Insomma, tranne che in Brasile, ove ancora resiste il redivivo Lula con una politica tuttavia più moderata di quella del suo precedente mandato, i regimi socialisti, oppure nazional-populisti, cadono per via democratica. Ancorché denigrato in Europa come appendice dell’amministrazione Trump, tutto il Sud America pare si sia votato al liberalismo: a politiche economiche liberiste. La rinascita del libero mercato, la destrutturazione del dominio e dei monopoli statali, la riduzione della burocrazia parassitaria, si affermano al di là dell’oceano ove, in nome dell’uguaglianza forzata e della redenzione dei più poveri, sono venuti enormi dissesti economici anziché progresso ed emancipazione. Ora tocca al liberalismo ed ai liberali provare a far meglio laddove le ricette stataliste hanno fallito. Un’onda lunga, quella della destra liberal-democratica, che pervade il mondo intero. Per quanto la si voglia esorcizzare e screditare, Giorgia Meloni è parte di questa tendenza politica. Sarà bene che i suoi detrattori se ne facciano una ragione.
*già parlamentare






