
di Vincenzo D’Anna*
Come previsto, e facilmente prevedibile, la querelle polemica innescata dalle spavalde ed irriverenti parole di Donald Trump nei confronti di Giorgia Meloni si dissolve come neve al sole. La diplomazia lascia la precedenza alla ragion di Stato, gli interessi economici nazionali e quelli internazionali legati alla politica estera, archiviano sollecitamente la polemica. D’altronde i rapporti tra Italia e Stati Uniti sono consolidati tra due Stati e non tra il presidente pro tempore che siede a Palazzo Chigi e l’inquilino della Casa Bianca. Peraltro lo scontro, causato dal rozzo rappresentante degli Stati Uniti d’America, rappresenta il segno dei tempi, quello nel quale la politica si manifesta e si esprime fuori dalle sedi istituzionali attraverso interviste oppure lapidarie ed apodittiche affermazioni diffuse via social network. Lontano ormai il tempo in cui la politica estera era appannaggio e gestita con accortezza e savoir faire dai diplomatici e dai personaggi più autorevoli ai quali veniva affidato il dicastero degli Affari Esteri italiano oppure la Segreteria di Stato americana. Peraltro le offese pesano secondo quale sia la fonte da cui sgorgano, la bocca che le proferisce, e quelle che con immarcescibile tracotanza escono dalla bocca di Trump fanno parte di un repertorio tipico del fanfarone, non risparmiano nessuno, neanche il Papa che predica pace ed accoglienza come esigono i precetti dettati dalla fede in Cristo. E tuttavia le parole hanno un loro peso politico perché chi le proferisce è a capo della nazione che presidia il mondo, il comandante del più potente apparato militare, il persecutore della politica americana da sempre impegnata nel difendere libertà, democrazia e diritti civili nel mondo, che ha pagato un pesante contributo di sangue sull’altare di quei precetti laici ed umanitari. E purtroppo occorre riflettere sul fatto che quella eredità sia finita in mani tanto malaccorte ed approssimative, ed ancor più amaramente che “The Donald” sia il frutto della democrazia politica ed istituzionale che trovò nella Costituzione di Filadelfia il primo grande ed organico esempio. Occorre quindi ripensare a quel criterio di scelta dei governanti, porre ulteriori limiti al potere decisionale degli eletti in così alto magistero politico? Certamente sì!! Le carte costituzionali, come tutti gli atti politici, vanno valutate nel tempo e nel contesto in cui furono varate, esse contengono i valori civici, politici, etici e morali di quel tempo, sono la traduzione del comune sentire di un popolo e della visione del mondo che quella comunità manifesta e crede essere la più equa e la più adeguata. E non è casuale che i filosofi liberali ben ci avessero ammonito che non conta chi venga scelto a governare ma come controllare chi comanda, come poter porre un freno all’arbitrio, alla corruzione, al sentimento di onnipotenza che accompagna la mente di chi esercita il potere costituito. Se l’umanità avesse di nuovo scorto questo pericolo, ossia che il potere assoluto corrompe assolutamente, come ai tempi delle monarchie assolute, avrebbe fatto funzionare l’Organizzazione delle Nazioni Unite (Onu) come i tempi nuovi richiedono. Insomma si sarebbe dotata di una istituzione sovranazionale in grado di porre un limite al potere ed alle nefandezze che ne possono scaturire. Per fare questo occorrerebbe una comunità politica avveduta e determinata su tutta la faccia della Terra, non una massa di incolti e maldisposti verso l’agire della politica, in un’era come quella corrente caratterizzata dall’opulenza degli stili di vita, dalla decadenza dei costumi, dalla perdita di ogni idealità a vantaggio degli interessi. Per farla breve il progresso tecnologico e quello merceologico non hanno innescato l’aumento delle umane virtù ma accentuato l’egoismo ed i vizi che lo accompagnano. Manca un nuovo umanesimo e le menti elevate che possono partorirlo sul piano culturale e politico, i filosofi, gli umanisti, gli idealisti. Trump è la massima espressione di questa complessiva decadente inadeguatezza dell’umanità, così come lo sono i dittatori, i satrapi, i monarchi assoluti che governano gran parte degli Stati nel mondo. Quanto poi al fatto specifico delle offese a Giorgia Meloni e, più in generale, ai vecchi alleati europei degli States, che sono considerati parassiti ed opportunisti, profittatori degli Usa, la vicenda avrà in futuro molte conseguenze, travolgerà antiche certezze nei popoli europei che dovranno sbrigarsela da soli. L’Europa o si adegua o sparisce nel grande gioco delle potenze mondiali e non deve lasciarsi illudere che, passato Trump, cessi quella nuova onerosa condizione geopolitica. In fondo il Presidente americano va considerato un segnale premonitore, un avvertimento sul futuro. In sintesi va sopportato per l’ignoranza che lo distingue come quel ministro italiano che, in missione in Francia, visitando il Louvre innanzi ad una tela, esclamò: “Questa è la famosa defence de toucher”, confondendo il cartello “vietato toccare” con il titolo dell’opera d’arte che stava ammirando.
*già parlamentare.






