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Guerra all’Iran, l’illusione della vittoria

di Vincenzo D’Anna*

La tregua tra Usa ed Iran è stata firmata, digitalmente, ossia senza alcuna celebrazione di rituali diplomatici, dal leader statunitense Donald Trump e da Mohammad Bagher Ghalibaf, presidente dell’Assemblea parlamentare iraniana, con l’assenso dell’Ayatollah Mojtaba Khamenei, detentore del potere reale in quello Stato retto da un regime teocratico e repressivo. Più che una pace vera e propria, si tratta di un armistizio, una tregua concordata tra le parti che, al momento, non è stata ratificata dal terzo belligerante, lo Stato di Israele. Quest’ultimo, con alla testa il primo ministro Benjamin Netanyahu, rifiuta la parte dell’intesa che prevede ritiri le sue truppe dal territorio del Sud Libano che aveva invaso per regolare i conti, una volta e per tutte, con le milizie armate di Hezbollah, così come aveva in precedenza fatto con quelle palestinesi di Hamas. Dietro il rifiuto di Israele si cela anche lo scetticismo per una tregua ritenuta poco più che un labile compromesso, stante il mancato conseguimento, da parte sia degli States che di Israele, degli iniziali obiettivi di una guerra che non avrebbe colto il successo sperato e che lascia praticamente irrisolte le questioni più dirimenti. Insomma, un conflitto che non garantisce ad Israele tranquillità, una condizione di futura sicurezza accertata e verificata. Ed in effetti non sono di diverso segno le perplessità e gli interrogativi che si pongono le cancellerie dei Paesi europei, nonostante l’ottimismo, se non l’entusiasmo, con il quale Donald Trump ha celebrato la definizione dell’intesa con gli iraniani. A ben vedere, gli interrogativi sono ben più numerosi delle certezze ed i punti definiti nell’intesa sembrano avere ampi margini di ambiguità, oltre ad una scarsa possibilità di durata nel tempo. In buona sostanza, tranne che per l’apertura dello stretto di Hormuz e la cessazione delle azioni militari, tutto viene rimandato ad una trattativa tra le parti nei prossimi sessanta giorni per dipanare la matassa dei problemi più ostici rimasti sul tavolo. Primo fra tutti quello di avere certezza che l’Iran non si doti di armi nucleari, facendo uso di ben 400 kg di uranio già parzialmente arricchito e prossimo a poter essere utilizzato anche per usi bellici. Il secondo nodo gordiano da recidere è lo sblocco dei 24 miliardi di dollari sequestrati agli iraniani sulla base delle sanzioni che la comunità internazionale ebbe a decretare, per indebolire la il regime iraniano. Il terzo punto dolente è rappresentato dal disarmo, dal reale ridimensionamento del munito arsenale bellico e missilistico iraniano e, di conseguenza, dal grado di sicurezza e di sopravvivenza che potrà essere garantito ad Israele in quella regione. Non è più un segreto che la dotazione di armi sofisticate e a lungo raggio accreditata agli Ayatollah sia stata sottostimata dalla comunità internazionale e che i mesi di guerra ed i bombardamenti non hanno affatto disarmato Teheran, il quale, anzi, continua a ribattere colpo su colpo ai raid nemici con una pioggia di missili e droni scagliata su tutti i Paesi della regione che ospitano basi americane e sullo stesso Stato di Israele. Insomma, uno Stato canaglia come l’Iran, che da decenni arma e finanzia i gruppi terroristici nella regione creando un perenne stato di crisi e di esiziale minaccia allo Stato ebraico, è rimasto in piedi comunque, con tutto il suo establishment, ancorché decimato di alcune figure politiche e militari e mantiene ancor un potenziale bellico ragguardevole. Rimasta illusoria anche l’idea che la guerra crebbe potuti indurre un cambio di regime in Iran, per la ribellione di una comunità tenuta schiava e sottoposta a durissime e sanguinarie repressioni. Un Paese che è ancora in mano ai Guardiani della Rivoluzione, a quei Pasdaran che sono il braccio armato dei satrapi religiosi che lo governano. E tuttavia l’inquilino della Casa Bianca canta vittoria, si pavoneggia alla riunione del G7 in Francia, così come specularmente, canta vittoria il regime degli Ayatollah, con opposte ed a dire il vero concreti motivi. Da questa tregua, quindi, il regime iraniano esce rafforzato per aver tenuti testa agli USA. Ne esce malconcio il presidente statunitense che, dopo aver più volte minacciato sfracelli, insultato ed accusato di pavidità i partner europei e quelli della Nato, è giunto a più miti pretese. Quanto durerà l’intesa e come si concluderanno le trattative vere e proprie che essa ha convenuto, non credo lo sappia nessuno, neanche coloro che l’hanno sottoscritta. Quella degli americani somiglia ad una vittoria di Pirro, ossia a quella che quel re ottenne ad Ascoli Satriano nel 279 a.C. contro le legioni di Roma, ma che non portò l’Urbe a capitolare né a realizzare i sogni di conquista del sovrano dell’Epiro. Sembra invece che emulo di Pirro oggi sia Trump il quale, invece, si era illuso d’essere Alessandro Magno, che lo storico greco Plutarco accosta a Pirro nelle “Vite Parallele”. Del grande condottiero macedone il tycoon statunitense non ha né l’acume, né il coraggio né la visione del mondo che dovrebbe avere colui che si illude di poterlo dominare con la forza delle armi.

*già parlamentare