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«La dolce Madre»: la tragedia che cambiò Molinarae condizionò il destino di un’intera generazione

Nel libro di Rocco Cirocco la tragedia di sei giovani diventa racconto storico e civile

Achille Mottola

Ci sono libri che ricostruiscono un fatto e libri che, invece, restituiscono il respiro di un tempo. “La dolce Madre”, l’ultima opera di Rocco Cirocco pubblicata da Gump Edizioni, appartiene con forza a questa seconda categoria. Il volume attraversa una delle pagine più dolorose della storia recente di Molinara e dell’area del Fortore, ma evita con intelligenza ogni tentazione retorica, scegliendo piuttosto la strada più complessa: trasformare una tragedia locale in materia viva di memoria collettiva.
Il 19 marzo 1976 resta una data incisa nella coscienza di un’intera comunità. Sei giovani coinvolti, cinque morti, un solo sopravvissuto: una frattura improvvisa che spezzò non soltanto delle vite, ma un’intera prospettiva generazionale. A quasi cinquant’anni di distanza, Cirocco affronta quella ferita con uno stile narrativo capace di muoversi tra partecipazione emotiva e rigore documentario. La scrittura accompagna il lettore dentro una commozione composta, mai esibita, mantenendo saldo il rapporto con la cronaca, soprattutto quando l’autore richiama gli articoli dell’epoca e le testimonianze custodite negli archivi familiari.
Il merito più significativo del libro risiede proprio nella sua capacità di storicizzare il dolore. “La dolce Madre” non si limita a raccontare un incidente: lo inserisce dentro il paesaggio culturale, sociale e politico degli anni Settanta. Quei ragazzi non erano soltanto figli di un borgo sannita; erano studenti universitari nella Napoli attraversata dal fermento delle idee, dall’impegno civile, dalle tensioni di un Paese che cercava nuove forme di partecipazione. Tornavano a Molinara portando con sé linguaggi diversi, nuove domande, una visione del futuro incompatibile con l’immobilità della provincia. La loro scomparsa coincise così con l’interruzione di un possibile processo di trasformazione collettiva.
Da un semplice appunto manoscritto, rinvenuto quasi casualmente in un archivio privato, il giornalista Rocco Cirocco costruisce un mosaico umano di sorprendente intensità. La microstoria – fatta di famiglie, strade, relazioni e piccoli gesti quotidiani – finisce per incrociare la traiettoria più ampia della storia nazionale. È qui che il libro acquista una dimensione culturale profonda: mostra come i centri periferici custodiscano spesso le contraddizioni più autentiche del Paese, diventando luoghi in cui si riflettono aspirazioni, ritardi e conflitti dell’Italia contemporanea.
L’autore compie anche un gesto dichiaratamente affettivo verso la propria terra. “La dolce Madre” è un omaggio a Molinara, ai suoi ulivi secolari, alla durezza e alla bellezza del paesaggio sannita, ma soprattutto alla memoria di una comunità che continua a interrogarsi sul proprio passato. Tuttavia il libro non indulge mai nella nostalgia. Lo sguardo resta rivolto in avanti, verso ciò che ancora può essere compreso e tramandato. La memoria, in queste pagine, non assume la forma di un rifugio sentimentale; diventa invece uno strumento di consapevolezza civile.
Attraverso documenti, scritti autografi e testimonianze, Cirocco restituisce individualità a quelle esistenze interrotte. Non emergono figure astratte, ma giovani uomini con passioni, idee, inquietudini e desideri precisi. Ed è forse questo l’aspetto più riuscito dell’opera: aver sottratto quei nomi alla fissità del lutto, riconsegnandoli alla dimensione concreta delle loro speranze.
In un presente dominato dalla velocità e dalla rimozione, “La dolce Madre” ricorda quanto sia necessario tornare alle storie marginali per comprendere davvero la storia di un Paese. Perché esistono vicende che continuano a parlare anche dopo decenni, non soltanto per il loro carico emotivo, ma per ciò che rivelano sulle occasioni perdute, sui cambiamenti incompiuti e sulle traiettorie spezzate di un’intera generazione.