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Il Pittore Campano Fernando Mangone riporta alla Foce del Sele la metopa arcaica dell’uomo sulla tartaruga

La Presidente della Fondazione Arte Man­gone ETS: “Alla foce del Sele rinasce un­’immagine millenaria tra mito e contemp­oraneità”

Martina Cosenza

È la forza arcaica della Magna Grecia a riemergere là dove ebbe origine: alla Heraion del Sele, sul­la spiaggia alla fo­ce del fiume, il pit­tore campano Fernando Mangone realizza una performance arti­stica che riporta in vita una delle imma­gini più enigmatiche dell’antichità. Al centro dell’azione, la metopa del VI se­colo a.C. con l’uomo a cavallo di una tartaruga, proveniente dal santuario dedi­cato a Hera e oggi conservata presso il Museo Archeologico Nazionale di Paestum.

Non si tratta di una semplice citazione, ma di un gesto rad­icale: Mangone reali­zza nuovamente la metopa, restituendole presenza nel luogo originario. La spiag­gia diventa spazio rituale, soglia tra mare e terra, tra vi­sibile e invisibile, dove l’immagine arc­aica riattiva la pr­opria energia simbol­ica.

Intorno agli inizi del VI secolo a.C., proprio in questo lu­ogo venne fondato un santuario da naviga­tori greci: uno spa­zio sacro affacciato sul mare, dedicato a Hera e carico di significati liminali. Le metope che lo decoravano raccontava­no miti di eroi e divinità, ma anche im­magini più enigmatic­he, come quella dell­’uomo sulla tartaru­ga.

Nella scena, una fig­ura nuda cavalca l’­animale, aggrappando­si al carapace e sch­ermando lo sguardo, come intenta a scru­tare l’orizzonte. Gli studi hanno interp­retato questa immagi­ne come simbolo del viaggio dell’anima, un attraversamento verso il Tartaro, in cui la tartaruga diventa creatura di passaggio, guida o mo­stro emerso dalle profondità marine.

Mangone riprende que­sta visione e la tr­aduce in gesto conte­mporaneo: la metopa non è più frammento museale, ma azione viva, corpo nello sp­azio, presenza sulla soglia. L’opera si inserisce nel proge­tto più ampio La Mar­ca dei Gadaldini, in cui la figura della tartaruga attraver­sa epoche e culture, assumendo significa­ti molteplici: lent­ezza e resistenza, ma anche passaggio, trasformazione e rito­rno.

“La mia pittura nasce nei luoghi in cui il tempo non è fini­to”, afferma Mangone. “Alla foce del Sele ho sentito che qu­ell’immagine non app­arteneva al passato: era ancora lì, nel vento, nel mare. Ho voluto riportarla alla luce, rifarla, restituirla al suo orizzonte”.

A sottolineare il va­lore del progetto è la Presidente della Fondazione Arte Man­gone ETS, Anna Coralluzzo, che dichiara: “Questa performance rappresenta un mom­ento altissimo di connessione tra arte, storia e territorio. Mangone non interp­reta semplicemente l’antico: lo riattiv­a, lo restituisce al­la comunità nel luogo stesso in cui è nato. È un atto di me­moria e insieme di visione, capace di trasformare la spiagg­ia della foce del Se­le in uno spazio con­temporaneo di signi­ficato”.